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Quote di emissione: Certificati neri per 500 milioni

del 25/07/2012
di: di Valerio Stroppa
Quote di emissione: Certificati neri per 500 milioni
Una frode carosello da oltre 500 milioni di euro sui «certificati neri», ossia le quote di emissione di gas serra introdotte dalla direttiva 2003/87/Ce. Scoperte fatture per operazioni inesistenti per un imponibile di oltre 1,8 miliardi di euro e accertato l'utilizzo di costi fittizi per più di 1 miliardo di euro (il danno Iva è pari rispettivamente a 370 e a 203 milioni di euro). Sono questi i risultati della maxi operazione condotta dalla Guardia di finanza di Milano, che ha portato ieri all'arresto di nove persone indagate a vario titolo per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale internazionale. Si tratta di una nuova fase dell'operazione «Green fees», che già alla fine del 2010 aveva registrato centinaia di perquisizioni in tutta Italia, dopo che il gestore dei mercati energetici era stato costretto a sospendere la Borsa delle emissioni di Co2 proprio a causa dell'anomalo andamento delle contrattazioni dei certificati neri (si veda ItaliaOggi del 18 dicembre 2010).

Le indagini, coordinate dai pm Carlo Nocerino e Adriano Scudieri della Procura di Milano, hanno portato alla luce un'organizzazione attiva a livello transfrontaliero nella commissione di ripetute frodi carosello su certificati di carbon trading. Questi ultimi, detti anche «quote di emissione», sono stati previsti dal protocollo di Kyoto e rappresentano il diritto di emettere una tonnellata di biossido di carbonio equivalente per un periodo determinato. Le imprese che immettono nell'atmosfera meno anidride carbonica di quanto potrebbero possono cedere la quota residua a chi non riesce a rispettare la soglia consentita. I certificati, che sono commercializzati alla stregua di servizi, venivano acquistati da società comunitarie in regime di non imponibilità Iva, attraverso l'interposizione di società «cartiere», con un duplice obiettivo: da un lato quello di appropriarsi indebitamente dell'Iva pagata dagli acquirenti finali, danneggiando l'erario, e dall'altro potendo praticare una concorrenza sleale nei confronti dei competitor, offrendo prezzi dei certificati più bassi rispetto al mercato.

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