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Monti cancella le province: 7 su 10 non hanno requsiti

del 21/07/2012
di: di Francesco Cerisano
Monti cancella le province: 7 su 10 non hanno requsiti
Il governo cancella con un tratto di penna il 60% delle province italiane. Sulle attuali 107 sono 64 quelle che non hanno i requisiti per restare in piedi (50 nelle regioni a statuto ordinario e 14 in quelle a statuto speciale) a cui bisogna poi aggiungere le dieci città metropolitane dove le province sono destinate a scomparire.

La regione che ne perderà di più (9) sarà la Toscana in cui si salverà solo Firenze (per modo di dire, perché in quanto città metropolitana la provincia verrà sostituita dal nuovo ente) e tutte le altre dovranno studiare delle ipotesi di accorpamento, a meno di non voler tornare ai tempi del Granducato.

Anche in Lombardia ci saranno tagli pesanti. Dalle attuali 12 province si passerà a 4 (Milano, Brescia, Bergamo e Pavia), mentre in Sardegna resterà solo Cagliari. Vengono spazzate via, oltre alle quattro province di nuova istituzione (Olbia-Tempio, Medio Campidano, Ogliastra e Carbonia), già bocciate dai cittadini sardi con referendum, anche Sassari, Nuoro e Oristano. La regione meno penalizzata? La Campania che manterrà 4 delle attuali 5 province perdendo solo Benevento.

Come previsto nella spending review, il governo ha definito i criteri per individuare chi sta dentro e chi sta fuori, addolcendo leggermente la stretta rispetto alle prime ipotesi circolate un mese fa. Tenuto fermo il parametro dei 350mila abitanti, l'estensione territoriale minima è scesa da 3.000 a 2.500 kmq (si veda ItaliaOggi del 19/7/2012). Un piccolo regalo che ha consentito di alleggerire alcune situazioni locali difficilmente gestibili anche nella prospettiva dell'istituzione delle città metropolitane.

In base ai vecchi criteri il Lazio non avrebbe più avuto province (Roma, l'unica «in regola», sarà città metropolitana) mentre in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Campania e Puglia sarebbe rimasta di fatto solo una provincia a testa (Brescia, Parma, Verona, Salerno e Foggia) perché entro il 2014 le province di Milano, Bologna, Venezia, Napoli e Bari scompariranno in quanto aree metropolitane.

L'abbassamento della soglia a 2.500 kmq consente di ripescare Frosinone nel Lazio, Bergamo e Pavia in Lombardia, Modena e Ferrara in Emilia-Romagna, Vicenza in Veneto, Caserta e Avellino in Campania, Lecce in Puglia. A cui si aggiungono Pesaro-Urbino e Chieti che vanno a fare compagnia rispettivamente ad Ancona e L'Aquila (salve solo in quanto capoluoghi) evitando di trasformarle entrambe in province-regione.

Una sorte che invece potrebbe toccare a Perugia, Potenza e Campobasso dopo la scomparsa di Terni, Matera e Isernia. I criteri varati ieri dal consiglio dei ministri non lascerebbero speranze, ma non è detta l'ultima parola perché nel mare magnum dei 2 mila emendamenti parlamentari alla spending review ne sono spuntati alcuni che chiedono di salvare le province nelle regioni dove ne resterebbe solo una.

Se così fosse sarebbe solo l'ultima di una lunga serie di eccezioni ad hoc già previste nel dl 95. Oltre alla sanatoria per le province nel cui territorio si trova il comune capoluogo di regione (grazie a cui sopravvivono Ancona, Campobasso, Venezia, Trieste e Catanzaro), il decreto sulla revisione della spesa pubblica risparmia anche le province che siano confinanti al contempo con province di regioni diverse da quella di appartenenza e con una città metropolitana. Quante rientrano in questa categoria un po' criptica? Solo una: La Spezia. Che infatti confina con Genova (città metropolitana) e poi solo con province di altre regioni (Parma e Massa). Quando si dice una norma «ad provinciam»….

La procedura di concertazione

Nei prossimi giorni il governo trasmetterà la deliberazione al Consiglio delle autonomie locali (Cal), istituito in ogni regione e composto dai rappresentanti degli enti territoriali (in mancanza, la deliberazione verrà trasmessa all'organo regionale di raccordo tra regione ed enti locali). La proposta finale sarà trasmessa da Cal e regioni interessate al governo, il quale provvederà all'effettiva riduzione delle province promuovendo un nuovo atto legislativo che completerà la procedura.

Le nuove province si occuperanno solo di tre materie: ambiente, trasporti e viabilità. Le altre competenze vengono invece devolute ai comuni, come stabilito dal decreto «Salva Italia».

Il compromesso raggiunto a palazzo Chigi non scontenta troppo l'Upi. «Il varo della delibera dà il via ad un processo di riforma istituzionale dal quale ci auguriamo esca una Italia più efficiente con una amministrazione più moderna», ha commentato il presidente Giuseppe Castiglione. «I parametri stabiliti consentono alle province che nasceranno da questa riforma di avere dimensioni tali da potere svolgere a pieno il loro ruolo di enti di governo di area vasta. Ora spetta al parlamento assicurare che il percorso avvenga lasciando spazio ai territori nel ridisegnare il nuovo assetto delle province», ha auspicato. Il lavoro dei Consigli delle autonomie locali (Cal) non si annuncia facile. Soprattutto in quelle realtà, come la Toscana, dove dovranno essere ridisegnati tutti i confini provinciali. Andrea Pieroni, Andrea Pieroni, presidente di Upi Toscana e della provincia di Pisa, avrebbe auspicato un finale diverso. «I nuovi criteri non cambiano nulla per la Toscana: nessuna provincia risponde a questi parametri. Adesso la partita è in mano al Cal dove regione ed enti locali si confronteranno per definire l'effettiva riduzione delle province toscane».

Marcia indietro sull'accorpamento delle festività

Il governo ha invece deciso di fare dietrofront sull'idea (lanciata un anno fa dal governo Berlusconi con il dl 138/2011 e rispolverata in un'intervista a ItaliaOggi dal sottosegretario all'economia Gianfranco Polillo) di accorpare le feste dei Santi patroni (non concordatarie) e le festività civili (ad esclusione del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno).

Il consiglio ha deciso di non procedere all'accorpamento per tre ragioni. Anzitutto perché, secondo le stime della Ragioneria generale dello stato, la misura non dà sufficienti garanzie di risparmio. Poi perché non esistono in Europa norme statali che accorpino le celebrazioni nazionali e le festività dei Santi patroni. Infine, perché, si legge in una nota di palazzo Chigi, «l'attuazione della misura nei confronti dei lavoratori privati violerebbe il principio di salvaguardia dell'autonomia contrattuale, con il rischio di aumentare la conflittualità tra lavoratori e datori di lavoro».

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