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Doveri fiscali: Dribbling sullo scontrino

del 17/07/2012
di: di Giovanni Galli
Doveri fiscali: Dribbling sullo scontrino
L'ambiguità del cosiddetto «preconto». La sfrontatezza dell'importo «alleggerito». O più semplicemente l'apertura del cassetto senza passare per la battuta dell'incasso, magari indirizzando un amichevole saluto che mira a disarmare l'avventore, facendolo sentire un cliente di riguardo, o peggio con lo sconticino. Sono molti i sistemi messi in atto da negozianti e artigiani non troppo ligi ai doveri fiscali per aggirare il fastidioso obbligo di rilasciare lo scontrino o la ricevuta fiscale per ogni operazione. E non tutti i consumatori, anche se sotto sotto borbottano, hanno il coraggio di rendersi anticipatici sollecitando l'esercente all'osservanza della legge. Forse, da questo punto di vista, era più semplice quando anche il cliente era sanzionato se veniva trovato sprovvisto del documento fiscale: almeno c'era un motivo prosaico per richiederlo. Il sistema più insidioso, comunque, è quello del «preconto», largamente diffuso soprattutto nei bar e ristoranti: il cameriere presenta il conto compilato con «simil-scontrino» o «simil-ricevuta fiscale», un pezzo di carta che non ha altro scopo se non di tentare di ingannare il cliente, facendogli credere di avere ottenuto la certificazione fiscale, mentre in realtà è del tutto privo di valore. Quando va bene, sul «preconto» c'è scritto di passare alla cassa per il ritiro del documento di legge. Ma spesso non c'è neppure questo. L'omologo del «preconto» del settore della somministrazione è rappresentato, negli esercizi di vendita, dalla strisciata della calcolatrice, magari evoluta con l'intestazione della ditta, o dallo scontrino emesso dalla bilancia elettronica, che ovviamente non hanno valore fiscale. Ma come fa il consumatore a capire che l'esercente «ci prova»? Certo, le caratteristiche dei documenti fiscali sono fissate dalle norme. Prendiamo lo scontrino fiscale, per esempio, che fra pochi mesi compie trent'anni di vita (è stato istituito dalla legge n. 18 del gennaio 1983) e che, in base a una norma dell'anno scorso, in questa stagione fa il suo debutto anche negli stabilimenti balneari: deve essere emesso attraverso registratori di cassa omologati (i «misuratori fiscali») e deve riportare nell'ultima riga il cosiddetto «logotipo fiscale», cioè l'associazione delle lettere MF seguite dal numero di matricola dell'apparecchio. La ricevuta fiscale, invece, deve essere compilata su stampati forniti da tipografie autorizzate, provvisti della numerazione prestampata apposta dalle tipografie stesse (i cui dati devono essere riportati sul documento). Quanti consumatori hanno però la sicurezza e il coraggio di smascherare i «taroccatori», affrontando il rischio di spiacevoli discussioni o autentiche piazzate?

Un aiutino potrebbe arrivare da un atteggiamento più rigoroso da parte degli organi di controllo sull'osservanza di una disposizione contenuta nelle norme di attuazione dell'obbligo dello scontrino fiscale (decreto 23 marzo 1983), sulla quale spesso si sorvola, probabilmente per il timore di accuse di formalismo o pignoleria. L'articolo 1 del suddetto decreto, infatti, consente espressamente agli esercenti, per esigenze organizzative, di rilasciare anche scontrini o altra documentazione non fiscale (quali il «preconto», lo scontrino della bilancia ecc.), ma solo a precise condizioni:

- che questa documentazione presenti colorazione diversa da quella degli scontrini fiscali

- che vi figuri la dizione «non vale come scontrino fiscale»

- che sugli apparecchi utilizzati per l'emissione di questi documenti sia apposta una targhetta, chiaramente visibile dal cliente, recante la dicitura «apparecchio non valido al rilascio dello scontrino fiscale».

Quando si dice, il formalismo giuridico...

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