Consulenza o Preventivo Gratuito

Quattro condizioni per uscire dalla morsa finanziaria

del 12/07/2012
di: La Redazione
Quattro condizioni per uscire dalla morsa finanziaria
Il percorso che porta l'Europa e l'Italia fuori dalla crisi è stretto e tortuoso. Tuttavia, si possono intravedere prospettive di ripresa se si riuscirà a rispettare quattro condizioni fondamentali nel breve periodo: mantenimento delle politiche di austherity di bilancio annunciate dai Paesi più indebitati; contrasto alla speculazione sui mercati finanziari, magari rimpolpando il fondo salva Stati che dovrebbe disporre di 700 miliardi di euro; se poi la Banca centrale europea riuscirà a mettere in atto una politica di «easy money», si potrebbero creare le condizioni per tenere sotto controllo l'inflazione e rendere più facile la monetizzazione del debito; infine, appare indispensabile una ristrutturazione delle scadenze di una parte dei debiti sovrani.

Le tesi di Ferruccio Bresolin dell'Università Ca' Foscari di Venezia, sulle cause e sugli effetti della crisi finanziaria sull'economia reale nell'eurozona. Dopo il vertice del Consiglio europeo del 28 giugno, i liberi professionisti guardano con estrema preoccupazione l'avvitarsi della crisi che sta attraversando l'Europa e gli attacchi della speculazione internazionale che ha colpito i debiti sovrani. Fattori che si traducono nella caduta dei livelli di fiducia e in una contrazione dei consumi che si ripercuote sull'economia reale. «La crisi finanziaria ha accentuato lo squilibrio nella distribuzione dei redditi tra ceti più abbienti e meno abbienti», ha sottolineato Bresolin, citando i dati dell'Ocse che indicano come nel 2011 il reddito del 10% della popolazione più ricca sia dieci volte superiore a quello del 10% della popolazione più povera (negli anni 80 tale rapporto era di 8 a 1). «Questa situazione ha causato un impoverimento del ceto medio e una perdita di potere d'acquisto dei salari». compagnata. «È la riforma che vuole l'Europa», ha detto Castro. «A livello europeo la regolazione del mercato del lavoro e delle relazioni industriali viene considerata come elemento di stabilità dei mercati finanziari». È stato dunque decisivo che sul piano politico si sia riusciti «a materializzare una unità parlamentare così ampia su un tema così divisivo come il lavoro. Questo aspetto è stato percepito come cruciale da parte degli organismi internazionali, perché il lavoro è il simbolo della modernizzazione di un Paese».

Certo, il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri poteva addirittura risultare un ostacolo agli sviluppi occupazionali, ma i successivi passaggi parlamentari hanno consentito di migliorare l'impianto normativo della riforma. Per esempio, «la reintroduzione del lavoro a chiamata e dei voucher per il settore del commercio e degli studi professionali, così come la possibilità di assumere un collaboratore con un contratto a termine di 12 mesi o l'innalzamento al 50% della quota di apprendisti da assumere», ha concluso Castro, ricordando che «la riforma del lavoro va letta nella sua vera funzione di stabilizzazione della credibilità, in prospettiva, del debito pubblico».

Preso atto del contesto economico e sociale in cui si cala la legge sul lavoro, l'esecutivo di Confprofessioni rimane convinto che la riforma sia ancora un cantiere aperto. Diversi sono, infatti, i problemi irrisolti, a cominciare dalla semplificazione. «Questa normativa è veramente complicata», ha sottolineato Proia nel suo intervento, «ed è una complicazione che sta diventando strutturale, perché la nostra legislazione sul lavoro va avanti a strati e quando se ne aggiunge uno non si cancella quello vecchio». Altra nota dolente riguarda il trade off tra flessibilità in entrata e in uscita «che non può essere configurabile per le piccole imprese e per gli studi professionali», ha aggiunto Proia. «La possibilità di assumere un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato con la chance di poterlo poi licenziare senza reintegra non è sufficiente a compensare la minor possibilità di assunzione flessibile. Bisogna tornare alla flessibilità in entrata», ha concluso Proia. «Non possiamo perdere le opportunità di lavoro che si possono presentare in una fase di crisi come quella che stiamo attraversando».

vota