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Tagli alla pubblica amministrazione: gioco al massacro

del 06/07/2012
di: La Redazione
Tagli alla pubblica amministrazione: gioco al massacro
In riferimento al provvedimento sulla spending review, con il quale il governo si propone di risparmiare ben più dei 4, 2 miliardi di euro previsti per rispettare la tabella di marcia del risanamento del bilancio, incontriamo Massimo Battaglia, segretario generale della Federazione Confsal-Unsa, organizzazione sindacale rappresentativa nel pubblico impiego.

Domanda. Segretario, quale è la sua valutazione sulla spending review?

Risposta. È un altro pasticcio all'italiana. Un'altra occasione persa. E nella situazione in cui è il paese non ce lo possiamo permettere. Dopo un anno dall'introduzione della spending review, cui abbiamo plaudito perché doveva portare finalmente all'eliminazione degli sprechi con tagli selettivi, ci ritroviamo oggi a parlare di nuovi tagli lineari. Navighiamo ancora nell'incapacità della politica e dell'alta amministrazione di progettare un serio programma di ripartizione della spesa pubblica, tagliando le uscite inutili o duplicate.

D. Ma è incapacità o mancanza di volontà?

R. In parte l'uno e in parte l'altro. Di certo la responsabilità unica del buco di bilancio pubblico è dei politici di oggi e di ieri, sia a livello statale che locale. E per risolvere questa situazione drammatica, che ha anche riflessi sulla tenuta di tutta la zona euro, si dovrebbe mettere mano alle situazioni di privilegio che oggi sono insostenibili, vergognose e moralmente riprovevoli. Non voglio parlare di un conflitto di classe, perché il sindacalismo autonomo della Confsal e della Confsal-Unsa ci permette di non essere vincolati a questa lettura ideologica della storia; ma devo ammettere che oggi siamo davanti a qualcosa di simile. Direi che siamo davanti a una dialettica tra «privilegiati» e «vessati», in cui i primi sono i detentori del potere, i c.d. decisori politici, a cui si uniscono coloro che per prossimità con questo livello beneficiano di un reddito alto, o anche altissimo. Mentre i «vessati» sono la stragrande maggioranza dei cittadini, che patiscono la crisi, e le scelte dei «privilegiati», versando in situazioni più o meno tragiche: chi in uno stato di disoccupazione, chi in uno di precariato, chi con lavoro fisso ma con una retribuzione insufficiente ad affrontare le spese mensili, con tutte le tasse vecchie e nuove, con gli aumenti di bollette, le spese mediche, l'istruzioni per figli e chi più ne ha più ne metta.

D. Nel contesto sociale che ha descritto, come s'inquadra la spending review promossa dal governo?

R. È molto semplice: questa spending review colpisce ancora le fasce che soffrono maggiormente la crisi economica, e si continuano a non toccare i maxi-stipendi e i veri sprechi. Siamo arrivati all'assurdo di prevedere ulteriori tagli alle piante organiche che si sommano a quelli già previsti negli anni scorsi. L'effetto diretto sarà quello di creare esuberi di personale in molti ministeri. Ciò porterà alla mobilità obbligatoria dei lavoratori in esubero, a pena di licenziamento. Il che significa, in concreto, la devastazione degli assetti di vita di decine di migliaia di famiglie, in cui l'altro coniuge sarà costretto a lasciare il proprio lavoro a causa del trasferimento ad altra città di tutto il nucleo famigliare. I politici ieri e i tecnici di oggi non riescono a capire davvero i disastri immensi che stanno facendo nella vita delle persone comuni. E come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge anche la previsione di un percorso di cassa integrazione forzata di due anni per i dipendenti pubblici all'80% dello stipendio base, senza salario accessorio. Non è possibile che si continui, anno dopo anno, a colpire sempre le fasce di reddito medio basse. In questo paese ci sono troppe sperequazioni tra chi riesce a sostenere la crisi in modo sereno e chi oramai si sente sprofondare verso un futuro privo di sicurezza. In Italia paghiamo 1 miliardo e 300 mila euro l'anno per 10 mila magistrati e quasi 4 miliardi di euro per 58 mila docenti universitari. In dieci anni, cioè dal 2002, solo contando queste voci arriviamo a più di 50 miliardi di euro. Il controvalore di una gigantesca manovra finanziaria. Solo che politicamente e mediaticamente sono sempre i semplici lavoratori pubblici a essere sotto tiro.

D. Come giudica il governo Monti?

R. Davvero mi verrebbe da dire che al peggio non c'è mai fine. E non lo dico solo riferendomi all'ennesimo provvedimento anti statali e ai tagli delle piante organiche e agli esuberi che ne conseguono e che in parte già conosciamo visto quanto sta accadendo nel ministero della Difesa dove si parla di un esubero di 10 mila unità amministrative e 33 mila militari. Ma mi riferisco proprio alla cultura che anima le scelte di governo, attorcigliata attorno alla strategia Fornero che vede il lavoro solo dal lato dei licenziamenti. Davvero ci meritiamo ben altro.

D. Invece, cosa chiedete al governo?

R. Fino a ora l'equità è stata una parola vuota. Ciò continua ad alzare il termometro della contestazione sociale. La classe politica deve capire che i lavoratori, così come i giovani, i pensionati, i disoccupati sono tutti esasperati. Unico antidoto in un momento di crisi che impone la correzione dei conti pubblici è di rendere vera la parola equità. Il risanamento di bilancio deve partire incidendo sulle situazioni di quelle fasce sociali che hanno più reddito e che quindi hanno più margine di sorreggere l'impatto economico delle misure di risanamento. Ma ci rendiamo conto che si bloccano le assunzioni e si impedisce di puntare su una platea di giovani, di cui uno su tre disoccupato, capace di rinnovare dalle fondamenta la pubblica amministrazione. Si perde continuamente l'opportunità di dotarsi di capitale umano altamente competente a gestire mezzi e procedure informatiche che possono innalzare in un colpo l'efficienza produttiva della p.a. In Italia il 53% dei dipendenti pubblici è maggiore di 50 anni, quindi più della metà. Al contrario in Francia questa percentuale è solo il 30%. Questa è l'ennesima dimostrazione dei limiti di progettazione della classe politica.

D. Ha parlato delle iniquità che inaspriscono la tensione sociale, di una tensione che serpeggia sempre più nella società tra questi «privilegiati», che sono molti, e la maggioranza di chi è «vessato» da una serie di misure oramai divenute insostenibili. Può fare qualche esempio concreto?

R. Potrei toccare molte vergognose situazioni di questo paese, dalle pensioni d'oro, scandalose e ingiustificate, alla spartizione delle risorse del territorio e delle poltrone a opera dei partiti. Ma prendiamo ad esempio la pazzesca sperequazione retributiva che esiste proprio nel pubblico impiego; parliamo cioè dei maxi-stipendi. Il presidente Obama ha responsabilità non da poco: è, tra le altre cose, comandante in capo delle forze armate Usa e ha in mano la valigetta con i codice di lancio dei missili nucleari; il suo stipendio è di 317 mila euro annui lordi. Da noi le cose viaggiano su un altro binario, come sempre, senza decoro. Cito quanto riportato con ottimo spirito giornalistico proprio da ItaliaOggi il 3 luglio. Fino all'anno scorso Antonio Manganelli, capo della polizia, prendeva 621 mila euro l'anno; ma quanto prende un poliziotto che rischia la vita ogni giorno? Il ragioniere dello stato, Mario Canzio prendeva 562 mila euro annui, quanto prende un suo dipendente alla Ragioneria territoriale dello stato di Trieste? Glielo dico io, 1.300 euro al mese. Il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, prendeva uno stipendio annuo di 543 mila euro. Quanto prende un suo educatore che lavora a contatto con i detenuti ogni giorno nel carcere di Poggioreale? 1.400 euro mensili e ci deve pagare l'Imu, il mutuo, le bollette e la spesa per la famiglia. E ancora, il capo del gabinetto del ministero dell'economia e delle finanze, Vincenzo Fortunato, prendeva 536 mila euro l'anno. E come loro, tanti tanti altri. Il governo Monti sembra essere intervenuto sulla faccenda dei maxi-stipendi, fissando il tetto a un massimo di 294 mila euro annui, che sono già di per sé una cifra assurda per i comuni mortali. Ma ora emerge che forse questo tetto si applica solo allo stipendio «base» e non al cumulo dei diversi incarichi. Il presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua ad esempio cumula 24 incarichi diversi e il suo reddito stimato arriva a 1 milione e 200 mila euro annui. Siamo stanchi delle solite prese per i fondelli all'italiana, dove i tagli riguardano solo i lavoratori delle fasce medio-basse.

D. Quali iniziative metterete in atto dopo la presentazione del decreto legge?

R. Sinceramente non faremo massacrare i lavoratori. Saremo nelle piazze, come abbiamo già fatto il 23 giugno scorso a Roma, e faremo una forte pressione sui partiti e sui parlamentari, i quali tra quattro mesi dovranno tornare a fare compagna elettorale con la gente, con la stessa gente che stanno affamando, mettendo a rischio il lavoro.

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