Consulenza o Preventivo Gratuito

Impresa e lavoratore: Conciliazione prima del licenziamento

del 30/06/2012
di: di Daniele Cirioli
Impresa e lavoratore: Conciliazione prima del licenziamento
Doppia procedura per i licenziamenti individuali. A quello già vigente se il motivo è soggettivo, una giusta causa o un'infrazione disciplinare grave, la riforma Fornero aggiunge il procedimento per i licenziamenti economici. La nuova procedura prevede un tentativo di conciliazione tra impresa e lavoratore, con intervento della Direzione territoriale del lavoro (Dtl), finalizzato alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Due premesse. Prima di analizzare la nuova procedura, è utile rilevare due precisazioni che la riforma fa per tutti i licenziamenti individuali (cioè, di ogni specie). La prima: la comunicazione del licenziamento deve contenere la specificazione dei motivi (la disciplina oggi vigente, invece, ne prevede l'obbligo solo se c'è richiesta del lavoratore). La seconda: il licenziamento intimato all'esito del procedimento disciplinare o all'esito della nuova procedura (per quelli economici) produce effetto dal giorno della comunicazione con cui il procedimento è stato avviato.

Come si licenzierà per motivo oggettivo. Poniamo per ipotesi che un'impresa, al termine della riorganizzazione della produzione, decida di sopprimere un posto di lavoro. Sceglie il dipendente da licenziare e si appresta a intimargli la fine del rapporto di lavoro. La nuova procedura prevede una condizione di procedibilità (cioè un atto ineludibile per la correttezza del licenziamento): il datore di lavoro deve comunicare l'intenzione di licenziare, con specificazione dei motivi (ed eventuali misure di assistenza alla ricollocazione del lavoratore), alla competente Dtl in ragione della sede di lavoro del lavoratore da licenziare, inviando una copia per conoscenza allo stesso lavoratore (attenzione: è solo una comunicazione di intenzione questa; poi occorrerà inviare al lavoratore l'intimazione vera e propria di licenziamento). Fatto questo, il licenziamento diventa praticabile a tutti gli effetti salvo il rispetto di un termine. Infatti, dal momento in cui la Dtl riceve la comunicazione d'intenzione del datore di lavoro (momento che torna noto al datore di lavoro con l'a/r della raccomandata inviata alla Dtl):

a) entro sette giorni la Dtl deve convocare le parti (datore di lavoro e lavoratore) per il tentativo di conciliazione da concludersi entro 20 giorni (dalla convocazione), salvo accordo di proroga tra le parti;

b) trascorsi sette giorni il datore di lavoro può intimare il licenziamento.

Insomma, se il datore di lavoro non intende provare la conciliazione, risolve il licenziamento in 15 giorni, cioè giusto il tempo per fare la comunicazione alla Dtl e attendere l'a/r per il decorso dei sette giorni. Laddove la conciliazione viene sperimentata, essa mirerà (se riesce) a un accordo tra le parti per la risoluzione consensuale del rapporto (anziché del licenziamento, così da prevenire ogni possibile contenzioso); se il tentativo fallisce, il datore di lavoro intima il licenziamento.

Un epilogo intrigante. Nei casi in cui viene tentata la conciliazione, la riforma dà possibilità «di esaminare anche soluzioni alternative al recesso». Che cosa significa, questo? Nella peggiore delle ipotesi può significare far rientrare dalla finestra ciò che la riforma intende mettere fuori dalla porta. Ossia riabilitare, e forse pure rafforzare (per via di sentenze creative), l'obbligo di repechage che oggi condiziona e vieta i licenziamenti economici quando venga accertata la possibilità di adibire il lavoratore (da licenziare) a mansioni equivalenti in altra parte dell'intera struttura aziendale (anche in caso di multinazionale).

vota