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Ordinamenti: Il detenuto lavora per il comune

del 21/06/2012
di: di Simona D'Alessio
Ordinamenti: Il detenuto lavora per il comune
Lavori socialmente utili nelle comunità locali, finanziati al 50% dai comuni e al 50% dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e svolti da detenuti, a cui non verrà corrisposto alcun compenso. E, in linea con le norme sull'ordinamento penitenziario (legge 354/75), le attività favoriranno il reinserimento dei carcerati (66.594 al 19/6), dei quali poco più del 20% è attualmente impegnato, contro circa il 35% del '91. Una tendenza da invertire secondo il ministero della giustizia, che ieri a Roma ha firmato un accordo con l'Anci, l'Associazione nazionale comuni italiani, per coinvolgere chi è dietro le sbarre in servizi di pubblica utilità. L'intesa, subito operativa, stabilisce che le p.a., i provveditorati regionali e gli istituti di pena saranno chiamati a elaborare specifici progetti (di manutenzione e pulizia delle strade e delle aree verdi), cofinanziati attraverso il ricorso alle risorse del patrimonio della Cassa ammende, che potrà coprire una quota non superiore al 50% del costo di ciascuna iniziativa; c'è, inoltre, la possibilità di promuovere piani attraverso l'utilizzazione di altri moduli gestionali e forme di copertura economica previste dalla normativa vigente, quali, ad esempio, i fondi comunitari. Soddisfatto il presidente Anci Graziano Delrio, insieme a Paola Severino, secondo cui la strategia ha possibilità di successo: «Se guardiamo le statistiche, vediamo che mentre nel 1991 vi era una percentuale di lavoranti sui detenuti presenti in carcere del 34,46%, al 31 dicembre del 2011 si è ridotta al 20,87%, mentre i reclusi in questi anni sono raddoppiati», evidenzia il Guardasigilli, immaginando uno scenario ben diverso, poiché «se ogni comune desse incarichi a dieci detenuti, si avrebbero 2 mila occupati in opere utili per la comunità, e aumenterebbe del 20% la percentuale di quelli oggi ammessi a prestare servizio» fuori dalle prigioni. Il carcerato che impiega il suo tempo in una funzione sociale «non è recidivo, e nutre la speranza di riprendere una vita normale» una volta scontata la condanna, inoltre va considerato un soggetto, puntualizza il ministro, che «andrà a svolgere compiti che, generalmente, vengono rifiutati da altri». Al 31/5, il computo di coloro per i quali sono state applicate misure alternative alla permanenza in cella è di 10.017 in regime di affidamento in prova, 846 godono della semilibertà e 9.067 si trovano agli arresti domiciliari; le cifre diffuse dal Dap indicano che nelle regioni settentrionali la maggioranza dei reclusi (51,93%) è di origine straniera, mentre al Sud le proporzioni s'invertono, visto che il 52,97% è italiano. Inoltre, come risulta dalla relazione ministeriale, presentata alla Camera a fine dicembre, sono stati nel tempo sfruttati di più i benefici della legge Smuraglia (193/2000), che definisce agevolazioni fiscali e contributive alle cooperative sociali e le imprese che si servono di personale lavorante, ma non alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria; tuttavia, si legge, dopo essere passati dai «644 detenuti assunti nel 2003, ai 1.342 del 2010, si è raggiunto il limite di spesa previsto per l'applicazione della norma, pertanto, già dal 2011, non è stato possibile prevedere sgravi in favore dei datori di lavoro». Il budget annuale contemplato dalla legge è di poco più di 4 milioni 648 mila euro, «somma mai adeguata dall'anno 2000, ormai largamente insufficiente, determinando in alcune situazioni l'interruzione di rapporti di lavoro già in essere». Obiezioni «poste in maniera preventiva», infine, bloccano l'idea di coinvolgere la popolazione carceraria nella ricostruzione post sisma in Emilia. Severino le elenca: si richiede «personale specializzato», e «stiamo cercando di affrontare il tema della sicurezza, configurando piccole squadre che possano essere accompagnate per evitare problemi» ai cittadini, ma scongiurando anche rischi di strumentalizzazioni, collegando la presenza dei lavoranti a eventuali azioni di sciacallaggio».

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