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Lavoro: I giovani sono senza alcun orientamento

del 21/06/2012
di: di Simona D'Alessio
Lavoro: I giovani sono senza alcun orientamento
Il lavoro? Oggi i giovani lo trovano «prevalentemente attraverso canali informali: amicizie e raccomandazioni. Non attraverso una vera selezione basata sul merito». E, giacché i percorsi d'orientamento universitario e post lauream sono «assenti, o troppo fragili», in Italia ci ritroviamo, ad esempio, con posti per ingegneri meccanici scoperti, mentre «importiamo una gran quantità di infermieri dal Paraguay». Parola di Marina Calderone, presidente del consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e guida del Cup, il Comitato unitario delle professioni, che ha appena dato alle stampe Dieci idee per il lavoro dei nostri figli (Laurana editore): critica sulla riforma del ministro Elsa Fornero all'esame della Camera, dichiara in un colloquio con ItaliaOggi che ciò che i ragazzi percepiscono, adesso, è «la paura del futuro, bombardati dai dati sull'emergenza occupazionale da un lato, e dalla visione di imprenditori che delocalizzano all'estero l'attività, dall'altro».

Domanda. E, allora, qual è la ricetta per uscire dalle secche della crisi?

Risposta. Il libro parte da una domanda provocatoria rivolta alle nuove generazioni: devono cercare di assecondare le loro aspirazioni, o devono fare un calcolo razionale sui settori in cui ci sono maggiori opportunità d'inserimento? La risposta che fornisco, derivata dalla conoscenza del panorama attuale del nostro paese, è che al giorno d'oggi bisogna coltivare i talenti. Non bisogna penalizzarsi, cercando di essere il figlio perfetto che obbedisce ai dettami dei genitori, ma seguire le proprie inclinazioni.

D. Intende dire che le famiglie, a volte, non sono d'aiuto? Nel testo si legge che, dopo l'iscrizione alle superiori, «si sta alla finestra e, attorno al diciottesimo anno di età ci si chiede quale lavoro è più adatto, e a quale facoltà universitaria» è bene accedere. Ma, a quel punto, molte occasioni sono già sfumate. Perché?

R. Perché, magari, volendo a tutti i costi prendere un «pezzo di carta» finito il liceo, si fanno delle scelte sbagliate. Si frequentano corsi di laurea per i quali non si è portati, sia perché manca la giusta motivazione, sia perché, come nel caso della professione medica, non si possiede un'adeguata sensibilità per intraprendere quella strada. Oppure, si è andati a un istituto tecnico per poter concludere in cinque anni l'iter formativo, scoprendo tardi che non era quello l'approdo desiderato. Tutto ciò, mi fa sostenere che il vero, grande problema del nostro mercato del lavoro affonda le radici proprio nell'orientamento.

D. È carente, o fuorviante l'orientamento, secondo lei?

R. I percorsi di orientamento professionale o sono assenti, o sono estremamente fragili. A dimostrazione di quanto affermo c'è la constatazione che, attualmente, un incarico lavorativo lo si ottiene ricorrendo ai canali informali, visto che la percentuale di successo nell'incontro fra domanda e offerta nelle sedi tradizionali come i servizi per l'impiego è ancora residuale. E come canale informale mi riferisco a tutto quanto attiene ai rapporti di amicizia e conoscenza, nonché alle raccomandazioni. Pertanto, occorre agire alla base: l'università è un proliferare di corsi formativi eterogenei, poiché le facoltà sono diventate dei contenitori, così che quella di agraria, ad esempio, può rilasciare una laurea in giurisprudenza.

D. Al disegno di legge di riforma del mercato del lavoro non sta risparmiando critiche.

R. È ricco di compromessi, soprattutto sul fronte della flessibilità in entrata, che viene usata nell'accezione negativa, come se fosse una patologia, più che come un'opportunità. Eppure, nella nostra società ormai si propongono ai giovani tanti spezzoni di vita lavorativa, esperienze che, magari, pur delimitate nel tempo, dovranno essere esperienze di qualità. La riforma delle pensioni del governo Monti ha portato in avanti l'uscita dal mondo del lavoro anche di cinque anni e, nel contempo, le nuove generazioni premono per entrarvi. Consapevoli che il ricambio non avverrà alle stesse condizioni, né retributive, né contrattuali.

D. Nel libro dà un suggerimento ai genitori: dicano ai loro figli che «flessibilità non significa assenza di prospettive», e che «se non si viene assunti a tempo indeterminato, non vuol dire che non si è necessari nel mondo del lavoro».

R. Già, invece il ddl che i deputati voteranno nei prossimi giorni tende all'approdo verso la formula di subordinazione a tempo indeterminato che, se prima o poi non viene conseguita, comporterà sanzioni per il datore di lavoro. Ma anche sulle professioni ci sarebbe molto da dire…

D. Si riferisce allo schema di dpr varato dal consiglio dei ministri del 15 giugno?

R. Certo. Abbiamo appreso del testo di revisione delle professioni ordinistiche dagli organi di informazione, senza essere stati consultati. Avremmo potuto riflettere insieme e avevamo dato piena disponibilità al guardasigilli Paola Severino a fornire il nostro contributo, anche in vista della scadenza del 13 agosto (data entro la quale bisognerà presentare all'esecutivo il restyling degli ordinamenti, come stabilito dalla legge 148/2011, ndr). Sono perplessa su vari fronti, fra cui le norme sul praticantato, poiché sono spuntate altre 200 ore di formazione, col risultato di accentuare la preparazione teorica ulteriormente, a scapito dell'apprendimento della tecnica professionale all'interno dello studio. Ma slegare i giovani dall'attività non è una buona scelta: così si rischia di creare dei buoni professionisti sul piano teorico, però impreparati a gestire la consulenza e il rapporto con la clientela.

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