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Crollo assunzioni e crescita dei licenziamenti

del 21/06/2012
di: di Silvia Bradaschia Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro
Crollo assunzioni e crescita dei licenziamenti
Dal 2011 al 2012 i licenziamenti per riduzione di personale o per cessazione di attività sono aumentati del 40%, tutte le assunzioni hanno subito un crollo e nel 2013 la situazione non sarà rosea. Sono questi i principali risultati dell'indagine condotta dalla Fondazione studi dei Consulenti del lavoro per ItaliaOggi tra tutti gli iscritti all'ordine. L'esito del sondaggio sarà presentato durante il 3° Festival del Lavoro di Brescia e, da oggi fino a sabato, costituirà uno degli spunti di riflessione che animerà il dibattito fra gli esperti. Per i Consulenti del lavoro, che assistono un milione di aziende per un totale di 7 milioni di rapporti di lavoro gestiti, dunque i dati ricavati confermano tutta la drammaticità degli effetti negativi di un'economia che non cresce. Ma non solo. A poco o a nulla, a giudizio degli intervistati, fino ad oggi sono serviti gli interventi legislativi atti essenzialmente a mantenere una linea di rigore. Visto che le riforme in cantiere non fanno ben sperare per il futuro del mercato del lavoro in Italia. Che l'aumento dei licenziamenti sia dovuto all'alto costo del lavoro è un dato certo e già evidenziato in precedenti indagini portate avanti dalla categoria. Ma per i prossimi anni, visto che la riforma Fornero non interviene affatto a migliorare la situazione, i dati non potranno diventare positivi. Non è contenuto, infatti, nel provvedimento all'esame della Camera in questi giorni, alcun articolo che vada in questa direzione. Anzi, con l'aumento dei contributi per il lavoro a termine, non si potrà che ostacolare la crescita. Se dai dati dell'indagine emerge una situazione di stallo sia per il contratto d'inserimento (tra l'altro abolito proprio dalla neo riforma del lavoro), sia per l'apprendistato non professionalizzante e per gli stage, tutti gli altri contratti hanno subito una contrazione. Tempo indeterminato e apprendistato professionalizzante sono calati di oltre il 20% e, per quest'ultimo contratto, l'unico adatto alla lotta contro la disoccupazione giovanile, non ci saranno grandi speranze per i prossimi anni. Questo perché anche dalla riforma del lavoro arrivano vincoli stretti. Le norme in cantiere, secondo i Consulenti del lavoro, che si sono espressi più volte sull'argomento con diverse circolari, sono insufficienti a garantire un adeguato sviluppo dell'istituto dell'apprendistato, individuando diversi obblighi per i datori di lavoro che potrebbero scoraggiare l'avvio del rapporto di lavoro. Dall'indagine emerge anche che i contratti a tempo determinato e a progetto sono calati del 15%. L'aumento delle aliquote Inps dei parasubordinati (che con il loro 33% entro il 2018 ormai si avvicinano molto a quelle dei lavoratori subordinati), ha di fatto scoraggiato l'avvio di lavoratori con questa forma regolamentata dalla legge Biagi e che la nuova riforma intende modificare in diversi punti, con l'obiettivo di evitare l'utilizzo distorto della tipologia contrattuale. Quindi anche per il 2013 i committenti non saranno invogliati a siglare collaborazioni. Ma a destare maggiore preoccupazione tra gli operatori sono le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato che si sono ridotte quasi del 50%. Un segno dell'assenza di continuità per le lavorazioni impostate, in attesa di nuovi ampliamenti del mercato, le aziende preferiscono cessare i rapporti a termine anziché trasformarli. Sono aumentati, invece, i licenziamenti per cessazione o riduzioni di attività (+40%), segno della mancanza anche per il 2012 di segni di ripresa economica. Per il prossimo anno, l'indagine prevede che un 41% di assunzioni sarà a tempo indeterminato, full time e part-time, a seguire un 17% sarà a tempo determinato, mentre solo un 4% sarà a tempo determinato pronto a trasformarsi in un tempo indeterminato. Per l'apprendistato andrà poco meglio: solo il 5% è nelle previsioni dei datori di lavoro assistiti dai Consulenti del lavoro, mentre salgono al 19% i licenziamenti per riduzione di personale o cessazione di attività, poche le dimissioni e le risoluzioni consensuali (solo il 5% e il 3%). Un segnale, quest'ultimo, della mancanza di turnover tra i lavoratori per la consapevolezza delle difficoltà a trovare nuovi e migliori posti di lavoro. In momenti di economia non stagnante, invece, le dimissioni di norma aumentano, perché i lavoratori che aspirano a rioccuparsi migliorando le loro condizioni economiche non faticano a lasciare il posto di lavoro per poi ricollocarsi immediatamente. © Riproduzione riservata
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