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Imprenditori: Fallimenti, impasse sopravvenienze

del 19/06/2012
di: Michele Scibetta e Paola Flora (Studio Legale associato ad Ashurst LLP)
Imprenditori: Fallimenti, impasse sopravvenienze
Modifiche alla legge fallimentare perfettibili sulle sopravvenienze. La prima rilevante novità contenuta nel decreto Crescita riguarda la possibilità per l'imprenditore in crisi di depositare il solo ricorso per la domanda di concordato, riservandosi di presentare la proposta e il piano entro un termine fissato dal giudice, compreso tra 60 e 120 giorni e prorogabile, in presenza di giustificati motivi. Dalla pubblicazione del ricorso decorrono gli effetti del cd. automatic stay, ossia la moratoria delle azioni esecutive e cautelari individuali di terzi nei confronti dell'imprenditore e del suo patrimonio. Il dl introduce una protezione per l'imprenditore in una fase molto delicata, normalmente dedicata alla predisposizione del piano industriale e finanziario e alla scelta della soluzione della crisi. Tenuto conto che fra le novità vi è la possibilità di iniziare il percorso verso un accordo di ristrutturazione e passare a un concordato e viceversa (mantenendo la protezione già ricevuta), si presume che questo strumento sarà molto utilizzato per anticipare gli effetti protettivi. Il Decreto introduce – stranamente nel solo ambito del concordato – la possibilità per l'imprenditore di chiedere al giudice di essere autorizzato a risolvere i contratti in corso di esecuzione (o sospenderne l'efficacia per 60 giorni) mediante riconoscimento alla controparte contrattuale di un indennizzo. Proseguendo il percorso di riforma iniziato nel 2010 per favorire l'accesso dell'imprenditore in crisi alla nuova finanza (cd. DIP financing o debtor-in-possession financing), si prevede poi che l'imprenditore possa chiedere al giudice (unitamente alla domanda di ammissione al concordato o di omologazione o proposta di un accordo di ristrutturazione) di essere autorizzato a contrarre finanziamenti prededucibili funzionali alla ristrutturazione, nonché di pagare crediti anteriori per prestazioni di beni e servizi (pagamenti, dunque, sottratti alla revocatoria fallimentare). Le norme previste dal codice civile con riferimento alla riduzione o perdita del capitale sono disapplicate, a partire dal deposito del ricorso per la domanda di concordato o per l'omologa o la proposta di un accordo di ristrutturazione e sino all'omologazione. Da ultimo, il decreto interviene su quelle disposizioni fiscali che hanno finora costituito un ostacolo alla diffusione degli accordi tra creditori. Ci si riferisce agli articoli 88 e 101 del dpr 917/86 che dettano il regime fiscale delle sopravvenienze attive e della deducibilità delle perdite su crediti. La formulazione normativa in vigore antecedentemente al decreto, infatti, riconosce la non imponibilità delle riduzioni dei debiti dell'impresa esclusivamente in sede di concordato preventivo o fallimentare e, parimenti, l'automatica deducibilità di una perdita su crediti limitatamente al caso in cui il debitore sia assoggettato a procedure concorsuali. Da sempre le Entrate hanno sposato un'interpretazione rigidamente letterale delle norme richiamate, sostenendo che il riferimento alle procedure concorsuali non ne consente l'estensione a istituti caratterizzati da procedure semplificate, quali, appunto, i piani attestati ex art. 67 l.f. e gli accordi di ristrutturazione dei debiti (ancorché, a dire il vero, nel 2010 l'Agenzia abbia ammesso che le perdite su crediti realizzate in sede di accordo ex art. 182-bis l.f. possiedono gli elementi certi e precisi richiesti dall'art. 101 del dpr 917/86 per la deducibilità). Da tale posizione derivano conseguenze paradossali: concludere per l'imponibilità – in capo al debitore – delle riduzioni dei debiti effettuate nel contesto di accordi di ristrutturazione significa, in buona sostanza, chiedere a un soggetto in oggettiva difficoltà finanziaria di far fronte a oneri talvolta insostenibili. In questo contesto si inserisce il dl, che prevede esplicitamente la non imponibilità – per il debitore – delle riduzioni dei debiti derivanti da piani attestati e da accordi di ristrutturazione e la deducibilità delle perdite su crediti derivanti dai soli accordi ex art. 182–bis l.f. La mancata inclusione dei piani attestati tra le procedure che comportano il riconoscimento automatico della deducibilità delle perdite su crediti è verosimilmente dovuta a una mera svista.

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