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Fallimenti societari: Vietata ogni distrazione

del 15/06/2012
di: di Debora Alberici
Fallimenti societari: Vietata ogni distrazione
L'amministratore unico risponde di bancarotta documentale se la società dichiarata fallita ha omesso di annotare gli ammortamenti e gli interessi passivi anche quando la tenuta delle scritture contabili è affidata a un ragioniere. Sull'imprenditore, infatti, grava sempre l'obbligo di controllo della contabilità indipendentemente dal fatto che la gli adempimenti siano seguiti da un professionista.Lo ha affermato la quinta sezione penale della Cassazione con la sentenza 23606 del 14 giugno 2012 che ha respinto il ricorso dell'amministratore unico di una srl. Il tribunale e la Corte d'appello lo avevano infatti ritenuto responsabile del reato di bancarotta semplice documentale per aver omesso per tre esercizi consecutivi di annotare gli ammortamenti e gli interessi passivi al fine di far sopravvivere l'ente facendolo risultare in attivo benché fosse fortemente in crisi. Né a suo vantaggio poteva valere la circostanza che l'assemblea, con un'apposita delibera, avesse peraltro disposto che gli ammortamenti non fossero indicati. La difesa del manager ha presentato ricorso in Cassazione evidenziando che, in base al principio dell'affidamento, non esisterebbe un obbligo generale di controllo dell'imprenditore sulla tenuta della contabilità, nella specie affidata a un soggetto che la stessa Corte d'appello aveva implicitamente ritenuto competente, attribuendo così una responsabilità oggettiva all'amministratore il quale, invece, aveva esercitato la dovuta vigilanza facendo affidamento su una delibera assembleare e sul parere tecnico contabile di regolarità da parte del commercialista.La Cassazione, nel respingere il ricorso, ha affermato che il protratto ritardo della dichiarazione di fallimento della società mediante l'alterazione della contabilità, aveva comportato la totale erosione del capitale sociale. La scelta di procrastinare il default era dovuta, secondo la Cassazione, alla pervicace volontà dell'imputato di mantenere in vita la società nonostante l'accumularsi di debiti. In presenza di simili circostanze, ha proseguito il collegio, non assume alcun rilievo l'esistenza di un parere tecnico di regolarità rilasciato dal commercialista, dal momento che «da un lato non esonerava l'imputato dai suoi doveri di controllo» e dall'altro, «rappresentava null'altro che la giustificazione formale della scelta di omettere l'annotazione delle componenti negative».

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