Domanda. Segretario, la sua organizzazione da anni ha chiesto al governo di passare dai tagli lineari a un approccio selettivo. Finalmente con la «spending review» questo sta avvenendo. Si ritiene soddisfatto?
Risposta. No, non posso affatto ritenermi soddisfatto. Considero questo mutamento governativo come una vittoria di Pirro. Una vittoria che vale poco. Questo perché i tagli di oggi si sommano agli sforbiciamenti lineari di ieri; in pratica la somma di tutti questi tagli compromette la capacità delle strutture amministrative di svolgere i propri compiti istituzionali e non rende possibile l'erogazione del servizio a quegli standard che la cittadinanza chiede. L'inefficienza della Pa è causata molto più dai tagli, che non dalla produttività di una parte del personale. In pratica è l'esatto contrario di quanto i governi e i media vogliono far credere alla gente. Riteniamo sbagliato quanto è stato fatto negli ultimi anni nei confronti sia della pubblica amministrazione dello stato e sia verso i suoi lavoratori, attaccandoli in modo strumentale per legittimare la sterilizzazione dei processi negoziali e contrattuali.
D. Eppure la crisi del nostro paese è reale e doveva essere affrontata anche incidendo sulla spesa pubblica.
R. Sì, certo. Ma, punto primo, oggi viviamo un'emergenza frutto di scelte sbagliate degli ultimi 30 anni. Chiederei il conto a chi ha zavorrato questo paese coltivando interessi particolari. E non mi riferisco a una persona, ma a più generazioni di politici, di ogni partito e di ogni livello amministrativo. Punto secondo, la crisi andava affrontata con coraggio sin da subito con il sistema della spending review, con tagli selettivi. Punto terzo, serve, ed è quanto chiediamo come sindacato, un'analisi imparziale e indipendente per ogni ente pubblico mirata a determinare il «monte risorse» necessario al proprio buon funzionamento. A tale proposito il metodo che chiediamo è quello della «totale leggibilità» dei dati, in modo da poter distinguere tutte le voci di spesa, come quelle destinate agli stipendi del personale, disaggregando aree funzionali e dirigenziali, quelle per il funzionamento, distinguendo tra affitti, manutenzione, attività istituzionale, acquisto materiale e strumentazione, e quelle destinate alle collaborazioni esterne ed altre voci. Tutto ciò, lo ripeto, ente per ente. Se si può fare un piano della performance individualizzato per ogni struttura, perché non realizzarne uno sulla sostenibilità finanziaria?
D. Perché non è stato adottato questo metodo secondo lei?
R. A mio avviso perché un approccio così chiaro e trasparente va a toccare troppi interessi, principalmente di carattere politico. Mi spiego meglio: se si individuasse il «quantum» di spesa minima necessaria per il buon funzionamento per ogni ente pubblico, si avrebbero almeno due effetti immediati, non del tutto graditi al sistema politico nel suo complesso: il primo è quello di esporsi alle contro osservazioni di cittadini, lavoratori e sindacati sulla correttezza dell'analisi fatta, ente per ente; il secondo è quello di rendere manifesta la reale distribuzione della spesa pubblica. Questo secondo aspetto, a mio avviso, renderebbe palese che il vero buco nero del bilancio statale sta nell'utilizzo di risorse pubbliche da parte degli enti territoriali diversi dallo stato, e non nel costo delle amministrazioni centrali. Non mi compete esprimere un giudizio sugli effetti del federalismo amministrativo, ma ho il dovere di metterne in evidenza i costi, che si riflettono in tasse e compressione del potere di acquisto di stipendi bloccati dei dipendenti. Del resto il problema che sollevo è già messo in luce dal primo rapporto del governo sulla spending review quando afferma che tra le anomalie sistemiche del nostro paese c'è appunto la lievitazione dei costi degli enti locali. A fronte di una raccolta di entrate proprie di 100 miliardi di euro tra regioni, province e comuni, vi sono spese complessive per 240 miliardi. Il disavanzo è coperto dalle compartecipazioni degli enti territoriali sui tributi riscossi dallo stato centrale. Ma non di rado si verificano debiti locali messi fuori dal bilancio approvato, che necessitano di un risanamento ad opera dello stato. Invece che introdurre l'Imu per rastrellare le risorse mancanti, perché non individuare tutte, ma proprio tutte, le spese inutili a ogni livello di governo e accorpare le competenze di più enti per ottimizzare le uscite?
D. Ha parlato di stipendi. Nel pubblico, come nel privato, esistono notevoli differenze, vero?
R. Sì. Nel privato troviamo alcuni amministratori delegati che guadagnano 877 volte in più dello stipendio medio dei lavoratori, come avviene in Pirelli & C., o fino a 581 volte come avviene in Fiat Industrial. Cifre che fanno pensare anche ai temi della moralità e della decenza. Nel pubblico troviamo una spesa per gli stipendi che segue due direttrici fondamentali; la prima va a costituire le buste paga delle aree funzionali, le cui entità oscillano dai 1.200 ai 1.600 euro. Stipendi bloccati e falcidiati da inflazione e nuove tasse. La seconda direttrice dà luogo a emolumenti molto più redditizi, quelli dei dirigenti, dei prefetti, dei magistrati, dei diplomatici ecc. Vanno inoltre considerati i pagamenti di consulenze particolari e costosissime. Questi stipendi sono toccati in modo molto minore dalla crisi del nostro paese. Lo diciamo da anni: perché non aprire i contratti iniziando da quelle fasce di lavoratori che hanno lo stipendio più basso e che oggi non riescono ad arrivare alla fine del mese? La politica deve dare risposte concrete ai bisogni reali dei lavoratori, che oggi prendono il nome di sopravvivenza. Se non le dà, è lecito che i cittadini e i dipendenti facciano sentire la propria voce, in modo sì democratico ma martellante. Del resto nello sciopero del 19 dicembre 2011 contro il decreto Monti, la Confsal-Unsa ha voluto dare un segnale simbolico riunendosi a Roma, non davanti a Montecitorio, ma in Piazza Farnese, sede dell'ambasciata di Francia, cioè di un paese il cui popolo nella storia ha dimostrato di saper lottare per le strade per i propri diritti.
D. Passando agli effetti della c.d. «revisione della spesa», quali sono quelli che più la preoccupano?
R. Sicuramente il più immediato è quello della mobilità del personale. C'è già stata la chiusura delle direzioni provinciali del tesoro e molto personale è transitato ai Monopoli di stato (in altro comparto) o alle ragionerie dello stato. Ma altre situazioni destano più preoccupazione. Ad esempio al ministero della difesa ci sono 10 mila lavoratori amministrativi e 33 mila militari considerati in esubero e per i quali si possono aprire le porte della mobilità tra amministrazioni e tra comparti. Le stesse Motorizzazioni civili potranno essere interessate da riforme profondissime che coinvolgeranno cittadini e lavoratori. Ma problemi ci sono anche all'interno dei singoli ministeri. Pensiamo ministero degli Affari esteri, con la chiusura di molti uffici consolari all'estero e al ministero della giustizia, che sta per chiudere molti uffici dei giudici di pace e le sedi distaccate di alcuni tribunali, così come alcuni carceri. Ci chiediamo quale sorte avrà il personale coinvolto? Non possiamo accettare che si costruiscano processi di mobilità di questa portata senza il coinvolgimento dei lavoratori, i quali potrebbero essere obbligati a cambiare vita e città o fare i pendolari per centinaia di chilometri al giorno, sempre con gli stessi stipendi bloccati.
D. Ma con tali ristrutturazioni, ci potrebbero essere anche problemi per gli stessi fruitori dei servizi pubblici, vale a dire i cittadini, o no?
R. Certo che è così. Con questi tagli continui lo stato, anno dopo anno, sta tagliando se stesso. A pagarne lo scotto sono anche i cittadini. Ad esempio la chiusura di una sezione distaccata di Tribunale o dell'ufficio di un giudice di pace significa l'arretramento della presenza dello stato in quel territorio. Se si persegue l'obiettivo dell'efficienza e dell'efficacia dell'azione amministrativa ciò passa anche per l'articolazione della struttura dello stato sul territorio. Se lo stato si ritira, impedisce l'erogazione del servizio, o lo rende più difficile e impervio per il cittadino. È poi paradossale che con il blocco del turnover, che ingessa le pubbliche amministrazioni da anni, si debba sentir parlare addirittura di esuberi e mobilità. Si sente un gran parlare di esuberi e licenziamenti invece di pianificare ciò di cui c'è bisogno, vale a dire assunzioni!
D. Ecco, Lei ha toccato un altro tema di attualità. Sono mesi che si parla più spesso della licenziabilità dei dipendenti pubblici piuttosto che dei temi concreti della mobilità e degli esuberi di personale. Perché secondo lei?
R. Forse perché se si parla di licenziamento, anche a sproposito, si sposta l'attenzione mediatica su un falso problema e non su quello vero, che è la mobilità. Quello del licenziamento dei pubblici dipendenti è un argomento stucchevole. Per di più incardinato nel ragionamento della parità di trattamento tra dipendenti pubblici e quelli privati. Se così è, che si firmino i contratti scaduti al 31 dicembre 2009 per il pubblico impiego, così come sono stati sottoscritti quelli per il privato! Vogliamo ricordare, in particolar modo al ministro Fornero, che esistono già norme molto precise nel pubblico impiego che prevedono il licenziamento. Invito a leggere ad esempio, per chi nel governo non lo conoscesse, l'art. 55-quater del decreto legislativo n. 165/2001, nella sua versione aggiornata naturalmente.
D. Quali sono le immediate priorità della Confsal-Unsa in questo contesto politico-sindacale?
R. La nostra priorità in assoluto è la rivendicazione della difesa del potere di acquisto degli stipendi dei lavoratori. Questo significa lottare per la riapertura del contratto, per l'implementazione dei fondi della contrattazione integrativa, per la redistribuzione della spesa pubblica secondo principi etici, trasparenti e oggettivi, per la lotta all'evasione e all'elusione fiscale, per la progressività dell'imposizione fiscale, per l'allegerimento della fiscalità per i redditi bassi e medio-bassi. Questo potrà tradursi anche in manifestazioni pubbliche che la Confsal-Unsa organizzerà a difesa dei diritti dei lavoratori, della dignità del lavoro pubblico e dello stipendio dei dipendenti.
