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Per i dipendenti, via libera alla videosorveglianza

del 12/06/2012
di: Debora Alberici
Per i dipendenti, via libera alla videosorveglianza
Non commette reato l'imprenditore che videosorveglia i dipendenti, dopo avergli fatto firmare un foglio di autorizzazione. Ciò anche in assenza di un accordo con le rappresentanze sindacali. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 22611 dell'11 giugno 2012, ha assolto una imprenditrice di Pisa che aveva fatto installare due telecamere dietro due dipendenti, previa sottoscrizione di un'autorizzazione. Dunque, mentre fino a qualche tempo fa la giurisprudenza di legittimità aveva sempre condannato questi controlli troppo invadenti da parte dell'azienda chiedendo come requisito l'accordo con le RSU, ora è sufficiente una firma del lavoratore. Sul punto la terza sezione penale ha spiegato che se è vero che la disposizione contenuta nell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratoti intende tutelarli contro forme subdole di controllo della loro attività da parte del datore e che tale rischio viene escluso in presenza di un consenso di organismi di categoria rappresentativi (Rsu o commissione interna), a maggior ragione, tale consenso deve essere considerato validamente prestato quando arriva proprio da tutti i dipendenti. Questo modo di pensare non è, del resto, neppure in contrasto con la enunciazione di questa S.C. (sez. terza del 2006) - secondo cui «integrano il reato di cui agli artt. 4 e 38 L. 300/70 anche gli impianti audiovisivi non occulti essendo sufficiente la semplice idoneità del controllo a distanza dei lavoratori». Ciò perché anche in tale motivazione si è sottolineato che ciò vale sempre che avvenga «senza accordo con le rappresentanze sindacali» Come a ribadire, cioè, che l'esistenza di un consenso validamente prestato da parte di chi sia titolare del bene protetto, esclude la integrazione dell'illecito. «A tale stregua, pertanto, l'evocazione - nella decisione impugnata - del principio giurisprudenziale appena citato risulta non pertinente e legittima il convincimento che il giudice di merito abbia dato della norma una interpretazione eccessivamente formale e meccanicistica limitandosi a constatare l'assenza del consenso delle RSU o di una commissione interna ed affermando, pertanto, l'equazione che ciò dava automaticamente luogo alla infrazione contestata». In tal modo, però, egli ha ignorato il dato obiettivo (peraltro di provenienza non sospetta, visto che sono stati gli stessi ispettori del lavoro a riportarlo) che l'odierna ricorrente aveva acquisito il consenso di tutti i dipendenti.

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