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Frodi carosello. Ditte interposte pressate dal fisco

del 07/06/2012
di: Debora Alberici
Frodi carosello. Ditte interposte pressate dal fisco
Più facile per l'amministrazione finanziaria provare la frode carosello. È valido l'accertamento basato sull'acquisto del bene sottocosto e sulla circostanza che il fornitore non ha pagato l'Iva. Insomma il contribuente dovrebbe provare la sua buona fede e cioè dimostrare di non essere a conoscenza di aver trattato con una cartiera. Lo ha stabilito la Cassazione con sentenza n. 9107 del 6 giugno 2012. La sezione tributaria ha chiarito che in questi casi l'amministrazione può dar prova dei fatti mediante presunzioni semplici. Nella vicenda esaminata la Ctr Lazio ha accertato, su base documentale, l'acquisto e rivendita di autoveicoli a prezzi sottocosto, il mancato versamento dell'Iva da parte delle ditte interposte nei confronti dell'Erario (che rappresenta una delle principali ragioni della frode carosello) e la detrazione Iva posta in essere dall'interponente. In sostanza, «nelle cosiddette ''frodi carosello'', fondate sul mancato versamento dell'imposta incassata da società cartiere a seguito di acquisti intracomunitari, o altrimenti esenti, e successive rivendite anche attraverso l'interposizione di una o più società filtro (buffers), il meccanismo dell'operazione e gli scopi che la stessa si propone (acquisizione di materiali a prezzi più contenuti al fine di praticare prezzi di vendita più bassi, con alterazione a proprio favore del libero mercato), fanno presumere la piena conoscenza della frode e la consapevole partecipazione all'accordo simulatorio del beneficiario finale, con la conseguenza che, in applicazione del relativo principio sancito dall'art. 17 della direttiva 17 maggio 1977, n. 77/388/Cee, l'Iva assolta dal medesimo beneficiario nelle operazioni commerciali con la società filtro non è detraibile anche se le predette operazioni siano state effettivamente compiute».

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