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Agenzia delle Entrate: una doppia valenza all'autotutela

del 02/06/2012
di: di Fabrizio G. Poggiani
Agenzia delle Entrate: una doppia valenza all'autotutela
L'annullamento «tempestivo» in autotutela dell'atto illegittimo, oltre che limitare oneri aggiuntivi in capo al contribuente e il rischio di soccombenza e condanna alle spese di lite anche per l'Ufficio, evita il rischio dell'attribuzione di una responsabilità «diretta» del funzionario titolare del procedimento.

Dalla direttiva n. 48/2012, dello scorso 28 maggio, dell'Agenzia delle Entrate (ItaliaOggi dell'1/6/2012), che la direzione centrale affari legali ha inviato ai propri uffici periferici, non si può che apprezzare la volontà di «velocizzare» l'annullamento di atti illegittimi o infondati, attraverso l'istituto deflattivo dell'autotutela.

Preliminarmente, non si può che ricordare che l'autotutela è un potere-dovere dell'Amministrazione pubblica, oltre che un esempio di tax compliance, in presenza di atti infondati e/o illegittimi, che permette di evitare l'avvio di un aspro contenzioso tra le parti (Amministrazione e contribuenti), migliorando il rapporto della stessa Pubblica amministrazione con i cittadini, anche in presenza di un atto di natura tributaria.

Peraltro, poste alcune problematiche emergenti sugli effetti ripristinatori e sulla potenziale risarcibilità del danno subito comunque dal contribuente, l'istituto può anche essere utilizzato per annullare un atto che, sebbene fondato e legittimo, risulta però «viziato» (cosiddetta «autotutela sostitutiva»).

Dal documento in commento si rileva che l'obiettivo prioritario è quello di perseguire una corretta azione nell'interesse di soluzioni legittime, imparziali ed eque, evitando la «… coltivazione del contenzioso pendente, allo scopo di evitare la soccombenza certa in giudizio e ridurre il rischio della condanna alle spese di lite, con i relativi profili di responsabilità per danno erariale …».

È di tale importanza l'obiettivo perseguito, che il direttore, che ha firmato la missiva, rafforza l'invito, destinato agli uffici periferici, ad abbandonare il contenzioso «… senza attendere l'istanza di annullamento …» e prima che si sia «… formato un giudicato sul rapporto tributario controverso …».

Plaudendo all'ambizioso proposito è, però, opportuno evidenziare che nella prassi corrente, in presenza di un atto illegittimo, infondato e/o viziato, è quasi sempre il contribuente che si fa parte attiva del procedimento poiché, una volta raggiunto dall'atto impositivo, è lo stesso che si reca dal proprio professionista per la valutazione del caso e produce, con l'aiuto di quest'ultimo, un'istanza di annullamento o propone il ricorso in sede giurisdizionale; tale attività genera, come intuibile, oneri di diversa natura (onorari, perdite di tempo e quant'altro) in capo allo stesso contribuente.

Si aggiunga che, alla presentazione dell'istanza di annullamento in autotutela, non si produce una sospensione automatica dei termini per l'impugnazione, l'annullamento è sempre discrezionale da parte dell'emittente e può essere effettuato in pendenza di giudizio ma prima del giudicato e che gli uffici, che hanno emesso l'atto, non sono obbligati a dare comunicazione sul diniego all'annullamento, anche se si deve dare atto che la maggior parte di essi tende recentemente a inviare una comunicazione, ancorché a ridosso della scadenza dei termini per l'impugnazione. In caso di inerzia da parte dell'ufficio preposto è la direzione regionale che, in surroga, può procedere all'annullamento dell'atto e, anche se i termini dell'impugnativa risultano scaduti, l'ufficio, pena assunzione della relativa responsabilità, mantiene il diritto-dovere di annullamento dell'atto illegittimo.

In effetti, da un attento esame della disciplina in commento, emerge la chiara responsabilità del funzionario, titolare del procedimento, a causa del non corretto esercizio delle proprie funzioni, nel portare avanti liti temerarie o nel disattendere la giusta istanza del contribuente (si pensi, tra le altre, alle situazioni inerenti all'errore di persona, all'errore di calcolo o della mancata considerazione dei versamenti eseguiti), con la possibilità che lo stesso sia chiamato a rispondere sia del danno erariale sia del danno subito dal richiedente, dovendo far riferimento alle fattispecie indicate dall'art. 238 c.p. ovvero l'omissione, il ritardo o il rifiuto di atti d'ufficio, che si configurano quando il pubblico ufficiale «indebitamente» omette, rifiuta o ritarda un atto dell'ufficio, cui è preposto.

Diverso è il caso della mediazione, della quale si nutrono giustificate riserve sulla reale efficacia e, soprattutto della conciliazione giudiziale, di cui all'art. 48, dlgs n. 546/1992 che, in presenza di esito incerto ma di atto legittimo e/o fondato e non viziato, concede la facoltà alle parti di definire totalmente (cessata materia del contendere) o parzialmente (estinzione parziale del processo) il contenzioso, con una forma di «transazione», anche preventivamente concordata, definita entro la prima udienza, con applicazione di sanzioni ridotte a carico del contribuente.

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