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Cassazione: stabili organizzazioni, basta poco

del 30/05/2012
di: Pagina a cura di Debora Alberici
Cassazione: stabili organizzazioni, basta poco
Linea dura della Cassazione sul modello di convenzione Ocse contro le doppie imposizioni. Affinché sussista una stabile organizzazione in Italia della società, che quindi deve corrispondere Iva e Ires, è sufficiente l'affidamento di fatto della cura degli affari a un'impresa del Belpaese.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 20677 del 29 maggio 2012, ha confermato la confisca di quote aziendali a carico di un'impresa sammarinese che aveva affidato tutto il controllo qualità dei suoi capi di abbigliamento a un'azienda italiana.

«In tema di Iva», si legge nelle motivazioni della sentenza, «la nozione di stabile organizzazione di una società straniera in Italia va desunta dall'art. 5 del modello di convenzione Ocse contro la doppia imposizione e dal suo commentario, integrata con i requisiti prescritti dall'art. 9 della sesta direttiva Cee n. 77/388 del Consiglio del 17 maggio 1977 per l'individuazione di un centro di attività stabile, il quale, così come definito dalla giurisprudenza comunitaria, consiste in una struttura dotata di risorse materiali e umane, e può essere costituito anche da un'entità dotata di personalità giuridica, alla quale la società straniera abbia affidato anche di fatto la cura di affari (con l'esclusione delle attività di carattere meramente preparatorio o ausiliario, quali la prestazione di consulenze o la fornitura di «Know how»)».

Di più. La prova dello svolgimento di tale attività da parte del soggetto nazionale può essere ricavata, oltre che da quanto stabilito nella convenzione Ocse, anche da elementi indiziari, quali l'identità delle persone fisiche che agiscono per l'impresa straniera e per quella nazionale, ovvero la partecipazione a trattative o alla stipulazione di contratti, indipendentemente dal conferimento di poteri di rappresentanza.

In altri termini, dice a chiare lettere la Cassazione, «si ha stabile organizzazione di una società straniera in Italia quando questa abbia affidato, anche di fatto, la cura dei propri affari in territorio italiano ad altra struttura munita o no di personalità giuridica. Si prescinde, quindi, dalla fittizietà o meno della attività svolta all'estero dalla società medesima essendo necessario accertare se essa abbia una stabile organizzazione in Italia.

Ma non è ancora tutto. In un passaggio finale della sentenza si legge che la confisca dei beni e delle quote societarie è stata confermata dalla Suprema corte anche perché ci sono i presupposti per l'applicazione della legge «231» sulla responsabilità amministrativa degli enti. E in questi casi, ribadisce Piazza Cavour, tutto il profitto del reato, in questo caso l'omesso versamento dell'Iva e dell'Ires, è confiscabile «una volta che sia astrattamente possibile sussumere il fatto in una determinata ipotesi di reato».

In questo caso specifico un elemento che ha insospettito molto la Guardia di finanza è stato il vincolo di parentela fra i soci delle due imprese che tradiva senz'altro un accordo illecito.

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