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Pensioni e nuovi coefficienti di trasformazione

del 26/05/2012
di: Daniele Cirioli
Pensioni e nuovi coefficienti di trasformazione
Pensioni sempre più magre. L'ultimo taglio ci sarà il prossimo anno quando, a parità di condizioni (età pensionamento entro i 65 anni), gli assegni pensionistici risulteranno inferiori in media del 2% rispetto a chi è andato in pensione tra il 2010 e il 2012 e del 7%, sempre in media, rispetto a chi ci è andato fino al 2009. A fissare l'ultimo calo è la revisione dei coefficienti, approvata dal decreto 15 maggio (si veda ItaliaOggi di ieri), che si applicheranno ai pensionamenti aventi decorrenza dal 1° gennaio 2013. I nuovi valori, rispetto a quelli originari della legge n. 335/1995 (rimasti in vigore fino al 2009) sono calati di oltre l'11% ed è questo calo, evidentemente, che produce il taglio alle pensioni. La soluzione? Occorre lavorare di più. Perché è soltanto restando al lavoro qualche anno in più che si realizzano performance migliori in termini di pensioni più consistenti. Ciò tuttavia non cancella la «disparità» tra lo scenario atteso fino al 2009 e quelli di oggi e di domani (dal 2013). Infatti, fino al 2009, nella migliore delle ipotesi (dipendente con carriera crescente), ci si attendeva anche un tasso di sostituzione attorno al 60% (questo tasso misura la pensione in rapporto all'ultima retribuzione); oggi sappiamo che è sceso attorno al 56% e che dal prossimo anno scenderà ancora al 54% circa. Però, se si lavora di più, restando più anni a lavoro e allontanando l'età del riposo, la pensione sale di importo. È un'invenzione, questa, della riforma Fornero in vigore dal 1° gennaio. È previsto, in particolare, un «premio» in termini di pensione più pesante a chi resterà a lavoro fino a 70 anni e comunque oltre 65 anni. Per la prima volta i coefficienti misurano anche questo premio. Come si vede in tabella, chi andrà in pensione a 69 anni riceverà 62,83 euro per ogni mille euro di contributi accantonati; più o meno è lo stesso importo che fino al 2009 era stato promesso a chi fosse andato in pensione a 65 anni, il quale avrebbe ricevuto 61,36 euro per ogni mille euro di contributi accantonati. Senza considerare che la permanenza al lavoro significa anche accrescere il montante contributivo (quindi un ulteriore beneficio nel calcolo della pensione) ciò è come dire che, dal 2009 al 2013, per avere la stessa pensione, di pari importo, occorre lavorare quattro anni in più.

In moneta sonante, tutto ciò vuol dire che chi da lavoratore dipendente (ed è la situazione ottimale) ha cominciato a guadagnare 30 mila euro l'anno e lascia il lavoro dopo 40 anni guadagnando 65 mila euro (crescita di retribuzione del 2% annua), se va a riposo dal 1° gennaio 2013 avrà diritto a una pensione di 35.400 euro, pari a circa il 54% dell'ultimo stipendio; se fosse andato a riposo entro il 31 dicembre 2009 avrebbe ricevuto una pensione di 39.900 euro, pari a circa il 61% dell'ultimo stipendio; se va a riposo entro il 31 dicembre 2012 ha diritto a una pensione di 36.500 euro, pari a circa il 56% dell'ultimo stipendio. Tra il 2009 e il 2013 la perdita di pensione è di 4.500 euro l'anno (meno 7% sull'ultimo stipendio); tra il 2012 e il 2013 la perdita di pensione è di 1.100 euro l'anno (meno 2% sull'ultimo stipendio).

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