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Abuso di diritto rilevato d'ufficio

del 12/05/2012
di: di Duilio Liburdi
Abuso di diritto rilevato d'ufficio
Il principio di abuso del diritto può essere rilevato anche in sede giurisdizionale in modo autonomo dal giudice a rescindere dalla eccezione mossa in modo specifico al momento della contestazione. Inoltre, ai fini di un utile svolgimento del contraddittorio, lo stesso deve ritenersi utilmente svolto nel momento in cui vi siano atti rispetto ai quali il contribuente può comunque produrre elementi. E, quindi, non trova applicazione, ai fini dell'abuso di diritto, la specifica regola prevista in materia di norme antielusive. Sono questi i principi ricavabili dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 7933, nella quale i giudici di legittimità si sono confrontati con l'applicazione del principio dell'abuso di diritto a fronte della esistenza, rispetto alla contestazione effettuata, di una specifica norma anti elusiva.

I contenuti della sentenza. Il fatto contestato dall'amministrazione finanziaria era relativo ad una svalutazione di una partecipazione effettuata con le disposizioni contenute nell'articolo 61 del Tuir allora vigente (il periodo di imposta interessato è il 2000) ed il percorso in base al quale si procedeva da parte dell'amministrazione stessa era di fatto il richiamo al principio di abuso del diritto a fronte di uno specifico rinvio all'interno dell'articolo 37 bis del dpr n. 600/73. Con la conseguente eccezione della parte rispetto alla non applicazione delle garanzie procedimentali previste dal comma 4 della medesima norma. I giudici della Cassazione affrontano distintamente i temi proposti dal contribuente affermando come: di fatto l'abuso di diritto è un principio elaborato in base alla esperienza comunitaria e può trovare applicazione in modo automatico nell'approccio dell'analisi delle fattispecie interne anche in relazione a tributi non armonizzati come le imposte sui redditi; da questa ipotesi discende la conseguenza che il principio in questione concretizza e traduce in campo tributario alcuni principi di carattere costituzionale quale quello della capacità contributiva che è sovraordinato anche nell'ipotesi in cui una specifica norma, rispetto alla fattispecie concreta, individui la potenziale elusività dell'operazione medesima; l'applicazione del principio di diritto in merito all'abuso, può avvenire anche in modo autonomo da parte del giudice tributario indipendentemente dai comportamenti seguiti dalle parti in causa e dalle eccezioni formulate. Quindi, non trovano applicazione le regole delle disposizioni di cui all'articolo 37-bis del dpr n. 600 del 1973 e nemmeno il principio di necessità del contraddittorio preventivo in quanto il contribuente può comunque formulare delle eccezioni sin da quando viene notificato il processo verbale di constatazione.

Alla luce dei contenuti della sentenza della Cassazione appare evidente come si stia delineando sempre maggiormente la possibilità di ricorrere in modo del tutto «indipendente» alla applicazione dell'abuso di diritto anche quando, quindi, vi sono delle specifiche disposizioni anti elusive in merito alla fattispecie oggetto di controllo. Inoltre, osservare come sia il giudice in modo del tutto indipendente a poter circostanziare tale elemento, potrebbe rendere meno stringente un percorso legato alla motivazione dell'accertamento e, nel contempo, consentire l'analisi di operazioni con riferimento alle quali si esclude espressamente l'applicazione della norma anti elusiva.

La rettifica della dichiarazione dei redditi. Altra sentenza della Corte di Cassazione è la numero 7294 depositata sempre ieri. La fattispecie oggetto di analisi da parte dei giudici di legittimità è quella legata alla emendabilità della dichiarazione dei redditi a fronte di sostenuti, da parte del contribuente, errori od omissioni commessi a suo danno. Il tema era quello di una diversa scelta nella gestione di perdite riportabili a nuovo effettuata dal contribuente soltanto in sede di dichiarazione integrativa. I giudici di legittimità affermano il principio di diritto in base al quale l'emendabilità della dichiarazione dei redditi è possibile nelle ipotesi in cui la correzione riguardi errori materiali o di calcolo, di liquidazione delle imposte, di errata qualificazione giuridica dei componenti di reddito. Nessuna possibilità vi è, invece, nelle ipotesi in cui la integrazione della dichiarazione derivi da un diverso comportamento che il contribuente sceglie solo in sede di dichiarazione integrativa avendo seguito, nella dichiarazione originaria, un altro comportamento pure previsto dall'ordinamento. Di fatto, la Corte di Cassazione, ribadisce un concetto già espresso dall'amministrazione finanziaria nel 2002. Infatti, nella risoluzione n. 325 di quell'anno, l'amministrazione affermò come la correzione della modalità temporale di tassazione di un componente positivo di reddito attraverso la presentazione di una dichiarazione integrativa oltre i 90 giorni successivi alla scadenza del termine ordinario, non costituiva un comportamento ammesso in quanto si trattava di una correzione non supportata dal concetto dell'errore ma di una modifica ad una opzione.

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