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Ai drammi dei contribuenti Befera non ci pensa?

del 09/05/2012
di: Erminio Santini
Ai drammi dei contribuenti Befera non ci pensa?
Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera, ha scritto nei giorni scorsi una lettera ai suoi dirigenti e funzionari per rincuorarli e rimotivarli dopo un caso di cronaca nera che ha visto i dipendenti dell'Agenzia di Romano di Lombardia in balìa di uno squilibrato. Bene. Strano però che il direttore nulla abbia sentito l'obbligo di dichiarare tutte le volte che un contribuente abbia deciso di togliersi la vita a causa anche dell'impossibilità di versare le imposte.

Sarebbe anche il caso di ricordare a Befera che:

1) l'Agenzia delle entrate non è una società commerciale. È al servizio del pubblico; dunque non può mettere al di sopra di tutto il rispetto del budget. Il suo compito è solo di accertare le giuste imposte;

2) i criteri di selezione dei soggetti da sottoporre a controllo devono essere trasparenti. Non è corretto torchiare sempre le stesse persone e tralasciare altri. Ad esempio, Ruby, o i partiti politici, perché non vengono accertati? Così come, per evitare abusi di ufficio che incidono sulla concorrenza, bisogna evitare che all'interno di determinate categorie, si vada sempre dallo stesso contribuente (ho presente il caso di un'azienda che ha ricevuto tre visite negli ultimi sette anni) e mai da altri;

3) il redditometro avrebbe dovuto essere un'arma micidiale contro gli evasori. Che fine ha fatto? E perché in un periodo come questo si insite ad applicare il criterio dell'antieconomicità? È paradossale, infatti, che per salvarsi dal fisco un datore di lavoro, non potendo dichiarare redditi bassi, sia costretto a licenziare, a prescindere dai rapporti umani, affettivi e altro che sono nati con dipendenti. Ma se non lo fa rischia pure l'accertamento;

4) l'uso delle indagini finanziarie non può comportare anche la richiesta di prove diaboliche sui prelievi: se il contribuente è in grado di dichiarare come ha speso i soldi deve essere l'Agenzia a dimostrare il contrario. Non il contribuente a fornire prove su fatti spesso vecchi di molti anni;

5) basta con il mercato nell'accertamento con adesione. Basta con funzionari che dichiarano che oltre il 30/40% di sconto non possono andare. È assurdo offrire uno sconto a chi non ha nessuna prova a suo discarico e offrire lo stesso sconto a chi invece riesce a ben motivare le proprie posizioni. L'adesione deve poter giungere anche all'autotutela, mentre non deve sussistere di fronte all'evasore totale;

6) vanno semplificati gli adempimenti. A nulla serve uno spesometro deficiente come quello concepito per il 2011. Serve l'intera tracciabilità dell'elenco clienti e fornitori con la sola sanzione a chi non invia. E poi bisogna concentrarsi sulle fatture false, che l'incrocio dei dati complessivi permette di individuare;

7) basta con le vessazioni. Ad esempio, un contribuente può versare 100 mila euro di imposte al 16 giugno, ovvero, per legge, al 16 luglio con la maggiorazione dello 0,4%, versando quindi 100.400 euro. Il problema è che spesso i software sono impostati sul versamento del 16 giugno e dunque si prepara l'F24 con l'importo di 100 mila euro. Poi si versano i 100 mila euro a luglio e si dimenticano i 400 euro. In questo caso le Entrate sanzionano del 30% i 100 mila euro, chiedendo 30 mila euro di sanzioni, in luogo di 120 euro (30% di 400 euro). È uno scandalo. Come è uno scandalo che oggi ci siano tanti stranieri, oppure gente che ha lavorato all'estero ed è tornata in Italia, che ha paura a indicare in dichiarazione redditi mai evasi e detenuti all'estero perché le Entrate non sono in grado di dire che la sanzione sul quadro RW si applica solo nel caso in cui il fisco contesta anche l'evasione, mentre quando si tratta di semplice omissione della compilazione sarebbe il caso di sanzionare solo l'irregolarità formale. E di situazioni di questo tipo ne esistono molte.

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