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Boccata d'ossigeno per le aziende

del 05/05/2012
di: di Roberto Rosati
Boccata d'ossigeno per le aziende
In arrivo rimborsi Iva per 2,2 miliardi di euro a favore di 11.000 creditori. La buona notizia in un comunicato stampa diffuso ieri dall'agenzia delle entrate, che annuncia la messa a disposizione dei fondi da parte del ministero dell'economia. In particolare, 400 milioni saranno erogati già nei prossimi giorni, mentre il resto nella seconda metà di maggio. Grazie a questa «iniezione di liquidità», sottolinea l'agenzia, l'importo dei rimborsi Iva erogati nei primi cinque mesi del 2012 arriverà a 3,1 miliardi, con un incremento di circa il 14% rispetto ai 2,7 miliardi dello stesso periodo dell'anno scorso.

Una «boccata d'ossigeno», la definisce l'agenzia, per 11.000 imprenditori e professionisti che hanno anticipato ai fornitori più Iva di quanta ne abbiano addebitato ai clienti, venendosi così a trovare in sofferenza finanziaria per un'imposta che, sulla carta, dovrebbe essere per loro perfettamente neutra.

Una delle caratteristiche fondamentali dell'Iva, infatti, la neutralità per i soggetti passivi tenuti a riscuoterla per conto dell'erario, caratteristica che si concretizza attraverso il principio del diritto alla detrazione. Per questa ragione, come insegna la corte di giustizia Ue, questo diritto è un elemento cardine del sistema dell'imposta: il soggetto passivo deve poter detrarre immediatamente e integralmente dall'imposta dovuta sulle operazioni attive quella che gli è stata addebitata «a monte» dai propri fornitori in relazione ai beni e servizi acquistati per l'attività economica. L'istituto della detrazione, però, mostra la corda, per così dire, quando manca, per varie ragioni, l'imposta sulle operazioni attive: ad esempio, perché l'impresa si trova nella fase di start up, oppure perché effettua operazioni non imponibili (esportatori), oppure perché le proprie vendite sono soggette ad aliquote più basse rispetto a quelle che gravano gli acquisti (come nel caso delle imprese del settore caseario), o ancora perché non può esercitare la rivalsa sulla controparte in quanto opera in regime di «inversione contabile».

In situazioni del genere, che con un ossimoro si potrebbero definire di «anomalia fisiologica» del sistema, l'esercizio del diritto alla detrazione si traduce nella maturazione più o meno cronica di crediti verso l'erario, per l'ammontare dell'imposta anticipata ai fornitori che eccede quella riscossa dai clienti. Ed allora, per garantire la piena neutralità dell'imposta, è indispensabile che l'erario proceda sollecitamente al rimborso delle eccedenze a credito, perché altrimenti l'Iva può diventare essa stessa un onere finanziario per il soggetto passivo. In materia di rimborso, la normativa comunitaria lascia agli stati membri una certa autonomia. Anche a questo riguardo, tuttavia, la corte di giustizia non ha mancato di sottolineare che l'art. 183 della direttiva 2006/112/CE prevede che, se il contribuente chiude il periodo fiscale in credito d'Iva, gli stati membri possono far riportare l'eccedenza «al periodo successivo», oppure procedere al rimborso secondo modalità da essi stabilite; la corte ha evidenziato, in particolare, che secondo questa disposizione, l'alternativa al rimborso è il riporto al periodo successivo, e non oltre (sentenza del 28 luglio 2011, C-274/2010).

Nell'ordinamento nazionale, il diritto al rimborso dell'Iva a credito è riconosciuto, qualora sussistano determinati presupposti, con riferimento alle eccedenze maturate nell'anno solare o, in casi più limitati, nel trimestre solare. Il problema è che, di fatto, l'erogazione dei rimborsi non dipende non soltanto dalla tempestività dell'agenzia delle entrate nell'esaminare la pratica (e, ovviamente, dall'assenza di cause ostative), ma anche e soprattutto dalla disponibilità dei fondi necessari. Anche i crediti Iva, da questo punto di vista, non si differenziano dai crediti in genere (anche commerciali) vantati dalle imprese e dai cittadini nei confronti delle pubbliche amministrazioni.

La causa della sofferenza, insomma, è la mancanza di fondi, situazione purtroppo non nuova, tanto che si è cercato di tamponare consentendo alle imprese di ottenere l'attestazione del credito tributario (non solo per l'Iva), al fine di accedere a forme agevolate di credito bancario, anche oltre agli ordinari affidamenti concessi dagli istituti di credito (art. 10, dl n. 269/2003). Evidentemente, nella fase attuale, in cui le banche non sono propense ad «aprire i rubinetti», anche questo meccanismo si è inceppato.

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