Un nome e cognome, per favore, che consenta di individuare la persona che, avendola scritta, potrà ora spiegare agli imprenditori italiani come applicare quella disposizione.
Si vuole semplicemente sapere (subito, però, perché la norma è in vigore dal 29 aprile scorso) come può il committente di un appalto assicurarsi che l'appaltatore versi (o, più esattamente, contabilizzi a debito verso l'erario) l'Iva che ha fatturato, in modo da sfuggire alla responsabilità solidale introdotta dalla suddetta disposizione.
Se escludiamo che il committente possa/debba ispezionare la contabilità dell'appaltatore, per sincerarsi della corretta esecuzione degli adempimenti Iva, ci sembra che al malcapitato restino solo due soluzioni:
- non pagare l'Iva addebitatagli, fino a che non scadrà il termine (due anni dalla cessazione del contratto) della propria responsabilità;
- in alternativa, richiedere all'appaltatore una fideiussione pari all'importo dell'Iva.
Sono due soluzioni piuttosto forti, e non proprio prive di costi per le imprese (quando si dice, il rilancio della competitività ).
Ma anche a volere ingoiare italicamente anche questo rospo, il padre di questa disposizione deve spiegare come farà il nostro committente a determinare l'ammontare dell'imposta da sorvegliare o, ipoteticamente, da garantire, dato che, nell'eventualità in cui l'appaltatore si avvalesse di subappaltatori, egli risponderebbe solidamente anche dell'imposta dovuta da questi ultimi? Quanti sono? E quanto fattura ciascuno di essi per il proprio sub-contratto?
Non crediamo di chiederle molto, signor Presidente. Solo un nome e cognome.
