Consulenza o Preventivo Gratuito

Una riforma in equilibrio precario

del 26/04/2012
di: di Gaetano Stella, presidente Confprofessioni
Una riforma in equilibrio precario
In Italia ci sono 2 milioni e 354 mila persone senza lavoro. Il tasso di disoccupazione ha sfondato il muro del 9% e quella giovanile è salita al 32%. Intanto, il numero degli occupati continua a calare. I dati dell'Istat fotografano un paese che sbarra le porte del mercato lavoro, soprattutto alle nuove generazioni che ormai hanno chiuso nel cassetto il loro curriculum insieme con la speranza di un impiego stabile. Un paese che non cresce.

L'emergenza del lavoro, assieme al dissesto dei conti pubblici, è in cima ai pensieri del governo Monti che si sta battendo per trovare possibili soluzioni al rilancio dell'occupazione e al contenimento del debito: fattori di sviluppo inscindibili per migliorare le condizioni economiche del paese e stimolare la crescita del pil. Naturalmente, si tratta di un processo lungo e articolato, persino doloroso; ma che non può essere improvvisato o, peggio, parziale.

Eppure, nonostante gli sforzi messi in campo dall'esecutivo e in particolare dal ministero del Lavoro, si avverte la spiacevole sensazione di galleggiare ancora una volta in una bolla impermeabile che rimbalza tra mille interessi di parte, ma sempre ben lontana dalle reali problematiche del tessuto economico e intellettuale del paese.

Abbiamo seguito passo passo l'evoluzione della riforma del lavoro elaborata dal ministro Elsa Fornero: dai primi tentativi di trovare un'ampia condivisione con le parti sociali su alcuni temi fondamentali per le dinamiche occupazionali del paese, all'atto di forza del Consiglio dei ministri che ha varato il disegno di legge, fino al primo passaggio parlamentare tra un serraglio di audizioni e di sigle degne dell'ultimo assalto alla diligenza. L'effetto di questa impostazione è assolutamente iniquo e dannoso per il paese, poiché ha impedito che il progetto di riforma possa tener conto delle specifiche esigenze di ampi settori produttivi, come quello degli studi professionali, rappresentato da Confprofessioni.

Per comprendere la delusione dei liberi professionisti di fronte alla riforma del lavoro è sufficiente risalire agli stessi obiettivi che si è posto il governo nel suo disegno riformatore: allentare la rigidità in uscita in cambio di una minore flessibilità in entrata. È questo, forse, il peccato originale della riforma del lavoro: assumere le modifiche alla disciplina dell'art. 18 della legge n. 300 del 1970 come la panacea a tutti i mali che deformano l'occupazione e frenano la produttività. A nostro avviso, si tratta di un errore di prospettiva, perché le modifiche introdotte alla disciplina della reintegrazione nel rapporto di lavoro non avranno alcun effetto sulle piccole e medie imprese, che rappresentano l'ossatura del sistema produttivo italiano, e ancor meno sugli studi professionali che occupano mediamente 2,7 dipendenti.

In questo modo, il governo ha fatto una scelta di campo netta che, al di là del metodo, getta una pesante ipoteca sull'equilibrio complessivo del disegno di riforma. In termini generali, infatti, non può sfuggire come una maggiore rigidità nell'utilizzo di lavori flessibili verrebbe a essere imposta proprio in una fase economica di gravissima crisi economica ed occupazionale. I limiti e i vincoli posti alla stipulazione di rapporti di lavoro flessibile determineranno inevitabilmente soltanto la perdita delle possibilità di cogliere quelle opportunità di lavoro temporaneo (e, comunque, diverse da quelle stabili) che la fase negativa dell'economia potrebbe comunque consentire.

Vale per le piccole e medie imprese, ma vale soprattutto per gli studi professionali dell'area economica e lavoristica, della sanità e della salute, del diritto e della giustizia, dell'ambiente e territorio, rappresentati da Confprofessioni. Per questo motivo, nel pieno spirito di collaborazione e compartecipazione, la Confederazione dei liberi professionisti ha segnalato al Parlamento le criticità che ingessano le dinamiche occupazionali all'interno degli studi, individuando possibili linee di intervento per favorire l'occupazione nell'ambito della libera professione: dal contratto di inserimento all'apprendistato, dal lavoro a progetto a quello intermittente, fino alle partite Iva.

vota