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Raddoppio termini con certezza

del 26/04/2012
di: di Stefano Loconte
Raddoppio termini con certezza
Per il raddoppio dei termini la notizia di reato deve essere rilevata prima che sia decorso il termine breve dell'accertamento. È questo il cardine del riordino della disciplina in tema di termini per accertamento in presenza di fattispecie avente rilevanza penale contenuto nello schema di disegno di legge delega fiscale che, in particolare, all'art. 9, comma 2, prevede che il governo è delegato ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi, aventi come obiettivo, tra l'altro, la definizione della portata applicativa della disciplina del raddoppio dei termini, prevedendo che tale raddoppio si verifichi soltanto in presenza di effettivo invio della denuncia ai sensi dell'art. 331 codice di procedura penale effettuato entro un termine correlato allo spirare del termine ordinario di decadenza. Le norme che disciplinano i termini per l'accertamento sono contenute all'interno degli artt. 43, del dpr 600/73, imposte sui redditi, e 57, del dpr 633/72, imposta sul valore aggiunto, così come risultanti, entrambi, a seguito delle modifiche apportate dall'art. 37, rispettivamente commi 24 e 25, del dl 223/06. Le disposizioni appena richiamate al primo e al secondo comma prevedono, in un'ottica di tutela del contribuente dal rischio di soggezione, per un tempo infinito, al suddetto potere impositivo, che gli avvisi di accertamento debbano essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre: del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, ovvero del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, nel caso di omessa presentazione della stessa, altresì nel caso di presentazione di dichiarazione nulla. Nell'ambito dello scenario così delineato si colloca, poi, il successivo terzo comma di entrambe le disposizioni su richiamate, inserito nelle stesse a opera, rispettivamente, dei commi 24 e 25, dell'art. 37, del dl 4 luglio 2006, n. 223, al precipuo fine, come si legge nella Relazione governativa al provvedimento, di «garantire la possibilità di utilizzare per un periodo di tempo più ampio di quello ordinario gli elementi istruttori emersi nel corso delle indagini condotte dalla autorità giudiziaria». L'art. 43, del dpr 600/73, in tema di imposte sui redditi, e l'art. 57, del dpr 633/72 entrambi, come visto, al comma 3, così recitano: «In caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell'art. 331 del codice di procedura penale per uno dei reati previsti dal dlgs 74/00, i termini di cui ai commi precedenti sono raddoppiati relativamente al periodo di imposta in cui è stata commessa la violazione». Tale disposizione comporta molte difficoltà applicative, laddove, se utilizzata in maniera non conforme alla ratio legis, farebbe correre il rischio, tutt'altro che astratto, di attribuire ai funzionari dell'amministrazione finanziaria un potere pressoché incontrollabile. Per tale ragione, sin dalla introduzione della disposizione stessa, l'innovazione è stata sottoposta a varie critiche, specie in ragione del fatto che, dall'esame del testo normativo, non si rinviene in maniera chiara se la proroga possa operare ove il fumus di reato emerga in un momento in cui i termini decadenziali sono già spirati. Ed è proprio quest'ultimo elemento ad aver costituito oggetto della diatriba posta poi all'attenzione e all'esame della Corte costituzionale dalla Commissione tributaria provinciale di Napoli, la quale, con ordinanza 266/10, ha sollevato una eccezione di incostituzionalità con riferimento all'art. 57, del dpr n. 633 del 1972, poi conclusasi con l'emissione, da parte della Consulta, della sentenza 247/11. Nel dichiarare infondata la questione di costituzionalità per violazione dell'art. 3 Cost., la Corte costituzionale ha introdotto una distinzione tra termini «brevi» e termini «raddoppiati»: i primi si applicherebbero ogni qualvolta non sussista l'obbligo di presentare denuncia penale per uno dei reati previsti dal dlgs 74/00; i secondi, poi, «sono anch'essi termini fissati direttamente dalla legge, operanti automaticamente in presenza di una speciale condizione obiettiva», qual è la sussistenza dell'obbligo di denuncia penale per uno dei reati di cui sopra. Non può, dunque, sotto questo aspetto, parlarsi di riapertura o raddoppio di termini, né di «reviviscenza» di termini ormai decaduti. Sulla questione, ora, viene a prendere posizione il legislatore il quale, in un'ottica di attribuzione di certezza nei rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria (e, sostanzialmente, smentendo l'interpretazione fornita dalla Corte costituzionale) sancisce il principio che per potersi applicare il termine lungo di accertamento è necessario che la notizia di reato sia rilevata prima che sia decorso il termine breve di accertamento. Un aspetto non emerge dal testo dello schema di legge delega: se la nuova norma verrà qualificata come norma di interpretazione autentica (e, quindi, con efficacia anche con riferimento alle fattispecie anteriori alla sua entrata in vigore) oppure come norma ordinaria. L'auspicio è che il legislatore delegato opti per la prima ipotesi atteso che nella seconda fattispecie si potrebbe generare una disparità di trattamento tra contribuenti (assoggettati a diversi termini di accertamento e a diverse modalità di raddoppio degli stessi solo in conseguenza del momento in cui viene formulata la notizia di reato) che parrebbe non giustificabile e, conseguentemente, viziata di incostituzionalità.
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