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Commercialista complice

del 13/04/2012
di: di Debora Alberici
Commercialista complice
Il commercialista che aiuta il cliente a evadere l'Iva rischia di essere condannato come concorrente e il sequestro per equivalente dei suoi beni. La linea dura arriva dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 13982 del 12 aprile 2012, ha confermato il sequestro per equivalente a carico di un commercialista che aveva annotato nella contabilità dei clienti fatture relative a operazioni inesistenti e aveva partecipato ad una più vasta operazione di frode fiscale.

In particolare al professionista era stato sequestrato quasi un milione di euro. Lui si era difeso sostenendo che le somme bloccate dalle autorità non erano pertinenti al reato commesso dal cliente ma per il quale era stato indagato come concorrente. L'uomo era infatti finito nel mirino degli inquirenti come parte attiva di una vasta operazione di frode fiscale. Al più, aveva sostenuto la difesa, la confisca avrebbe dovuto essere disposta prima sui beni dei clienti e poi su quelli del suo assistito. Nessun motivo di ricorso è stato accolto dalla terza sezione penale. Ad avviso degli Ermellini, «in riferimento alla responsabilità del professionista per i reati tributari posti in essere in concorso con i propri clienti, è ben possibile il concorso nell'art. 8 del dlgs n. 74 del 2000, che sanziona la condotta di emissione di fatture per operazioni inesistenti al fine di consentire a terzi l'evasione, ed è ben possibile che il concorso nella fattispecie possa essere ascritto al consulente-professionista (nel caso qui in esame il commercialista) in base all'art. 110 c.p., con il ruolo di istigatore, non ostandovi né il disposto di cui all'art. 9 del medesimo dlgs né l'eventualità che non venga realizzato l'obiettivo di evasione fiscale avuto di mira (e quindi che non si sia verificato alcun danno erariale)». Per risolvere il caso la Suprema corte ha inoltre applicato i principi generali sulla confisca in caso di concorso di persone nel reato. Sul punto in sentenza si legge che «Per quanto attiene in particolare alla materia dei reati tributari è legittimo il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, di somme di denaro che avrebbero dovuto essere impiegate nel pagamento dell'Iva dovuta, in quanto la confisca di somme di denaro, beni o valori è consentita anche in relazione al profitto del reato». Questo stesso principio è già stato enunciato in un caso di frode fiscale attuata mediante presentazione di una dichiarazione annuale in cui erano stati indicati elementi passivi fittizi derivanti da annotazione in contabilità di operazioni oggettivamente inesistenti, con sottrazione al fisco del pagamento dell'Iva dovuta. A questo punto il verdetto contro il professionista è diventato senza appello. In fondo alle motivazioni gli Ermellini, condividendo in pieno le considerazioni del Tribunale delle Libertà di Monza, hanno fatto alcune precisazioni sul ruolo del professionista che, in alcune occasioni si era limitato a curare la contabilità di alcune società coinvolte nella maxi inchiesta, in altre aveva disposto delle intestazioni fittizie per agevolare l'attività criminale. Quindi si può dire che il professionista è stato un «concorrente-emittente» della emissione di fatture false non solo in veste di commercialista consulente, ma anche quale «dominus» di fatto di numero società intorno alle quali ruotava la frode fiscale.

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