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Appalti illeciti, la confisca scatta sull'utile netto

del 30/03/2012
di: La Redazione
Appalti illeciti, la confisca scatta sull'utile netto
In caso di responsabilità amministrativa degli enti per la stipula di un contratto lecito «a valle» ma nell'ambito di un affare criminale scatta la confisca per equivalente non sull'intero prezzo dell'appalto ma solo sull'utile netto dell'attività d'impresa. È quanto sancito dalla Suprema corte di cassazione che, con la sentenza numero 11808 del 29 marzo 2012, ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Bari in relazione ai beni sequestrati nell'ambito di una maxi inchiesta per corruzione della sanità pugliese.

Prima di arrivare a questa decisione la seconda sezione penale ha tracciato, ai fini della confisca prevista dalla «231» una netta linea di confine fra «reato contratto» e cioè il caso in cui si ha una vera e propria «immedesimazione nel negozio giuridico» e reato «in contratto» e cioè quando (com'è avvenuto in questo caso di presunta corruzione) l'accordo a valle è lecito ed eventualmente annullabile secondo quanto dispone l'articolo 1439 del codice civile.

Detto questo, gli Ermellini hanno precisato che «il profitto del reato confiscabile non corrisponde a qualsiasi prestazione percepita in esecuzione del rapporto contrattuale, ma solo al vantaggio economico derivante dal fatto illecito. Per cui, se il fatto penalmente rilevante (per esempio, una corruzione) ha inciso sulla fase di individuazione dell'aggiudicatario di un pubblico appalto, ma poi l'appaltatore ha regolarmente adempiuto alle prestazioni nascenti dai contratto (in sé lecito), il profitto del reato per il corruttore non equivale all'intero prezzo dell'appalto, ma solo al vantaggio economico conseguito per il fatto dí essersi reso aggiudicatario della gara pubblica. Tale vantaggio corrisponde, quindi, all'utile netto dell'attività d'impresa».

In altre parole, ai fini del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di cui all'art. 322-ter cod. pen., «in presenza di un contratto di appalto ottenuto con la corruzione di pubblici funzionari, la nozione di profitto confiscabile al corruttore non va identificata con l'intero valore del rapporto sinallagmatico instaurato con la pubblica amministrazione, dovendosi in proposito distinguere il profitto direttamente derivato dall'illecito penale dal corrispettivo conseguito per l'effettiva e corretta erogazione delle prestazioni svolte in favore della stessa amministrazione, le quali non possono considerarsi automaticamente illecite in ragione dell'illiceità della causa remota». Quindi l'inchiesta sulla sanità pugliese e le presunte corruzioni configurano, ad avviso del Collegio di legittimità, un reato in contratto e per questo «è corretto aver limitato l'oggetto del sequestro preventivo ai fini della confisca per equivalente al solo profitto netto del contratto posto a valle dell'attività corruttiva». Anche la procura generale della Suprema corte ha sollecitato il rigetto del ricorso presentato dal pm barese.

Debora Alberici

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