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La riforma del lavoro non basta

del 27/03/2012
di: La Redazione
La riforma del lavoro non basta
Non è un giudizio negativo, ma sospeso. La riforma del lavoro varata dal governo, per quanto introduca elementi di novità, non può incidere sullo sviluppo dell'economia e sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Il parere della presidente dei Consulenti del lavoro, Marina Calderone, reso a margine della Conferenza nazionale sul lavoro del Pdl a Milano, mira a valutare gli impatti delle recenti ipotizzate modifiche. Nel corso della tavola rotonda organizzata per mettere a confronto gli attori del mercato del lavoro (sindacati, imprese, consulenti del lavoro), la presidente Calderone, assieme a Bonanni, Angeletti, Centrella, Marcegaglia, Sangalli, si è espressa sugli interventi che sono al centro del dibattito.

«Non si può dire che l'intervento riformatore sia immotivato», ha dichiarato la presidente Calderone. «Vi sono certamente delle criticità su cui si deve intervenire; distorsioni del rapporto di lavoro che meritano attenzione e su cui il governo fa bene a intervenire. Ma tutto questo non può giustificare un passo indietro così netto, un ritorno al modello fordista con una visione complessiva di un'Italia che non c'è più. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, tra cui anche quello autonomo. Il mondo del lavoro italiano ha bisogno di liberare energie, di incentivare i rapporti con un'efficace semplificazione e incentivi alla produttività aziendale. Invece, vi sono segnali di una pericolosa tendenza ad appiattire i modelli riconducendoli a unica forma. Un rapporto di lavoro si qualifica giuridicamente in base ai suoi presupposti fattuali e non per presunzioni teoriche, anche se normativamente previste. La qualificazione del rapporto di lavoro avviene non secondo i parametri fiscali, cioè possesso o meno della partita Iva; ma si qualifica in base all'esistenza o meno dei requisiti civilistici».

Anche gli aspetti burocratici sono oggetto di attenta analisi. È singolare infatti che sinora da un lato si siano ricercate le semplificazioni necessarie a rendere il sistema-Italia meno burocratico; ma dall'altro con questa riforma si introducono nuovi adempimenti a carico dei datori di lavoro che appesantiscono la gestione del rapporto.

Infine, la riforma deve trovare applicazione anche nel settore pubblico. «Non si comprenderebbe una diversità di trattamento tra lavoratori del settore privato e pubblico. Anche perchè sappiamo tutti che la Pubblica amministrazione grava sul bilancio dello Stato per circa il 16% e potere ridurre questi costi non può che essere di aiuto all'intero Paese».

Dunque, con questa ipotizzata riforma al momento non si interviene su nessuno dei veri problemi che disincentivano lo sviluppo e gli investitori stranieri. Nessun intervento per ridurre il costo del lavoro, che con il suo 115% è un ostacolo insuperabile ed è il vero motivo per cui talvolta le imprese commettono abusi. Il rischio è che, in assenza di una adeguata politica di abbassamento del costo del lavoro, non solo non vi sia un recupero sul fronte occupazionale ma vi sia un incremento del lavoro sommerso.

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