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Paradiso fiscale neutralizzato

del 22/03/2012
di: di Debora Alberici
Paradiso fiscale neutralizzato
In caso di frode fiscale è inutile lo schermo da parte di società lussemburghese. Le quote dell'azienda italiana sono confiscabili anche se l'evasore non ne è il titolare ma ne ha soltanto la disponibilità mediante intrecci societari. Lo ha sancito la Corte di cassazione con una importante sentenza, la n. 11121 del 21 marzo 2012. In particolare confermando la misura a carico di società italiane detenute prevalentemente da società lussemburghese, la quarta sezione penale ha chiarito che «il sequestro preventivo del quale era stata domandata revoca si inscrive nella regolazione dell'art. 322-ter c.p. in combinato con l'art. 321 c.p.p. La confisca per equivalente è certamente sganciata dalla esistenza di un titolo di proprietà dell'imputato sui beni destinati alla confisca e dunque la indicazione di elementi sintomatici utilizzati dal provvedimento impugnato per individuare la relazione di fatto (disponibilità) esistente tra imputati e beni assoggettati a sequestro preventivo in funzione di confisca per equivalente, è indicazione adeguata, coerente ai fatti e agli indici selettivamente indicati, e utilizza congrua misura di ragionevolezza nell'impiego di criteri di interpretazione e qualificazione dei fatti ritualmente acquisiti al processo». Non basta. Il titolo di proprietà è titolo formale al di là del quale opera la misura specifica del sequestro preventivo per equivalente funzionale alla confisca. In altri termini, «la disponibilità del bene individua una situazione di fatto che è considerata dalla legge come condizione adeguata per l'applicazione del provvedimento che non tollera intralci di schermi formali. La coesistenza di una situazione di disponibilità di un bene in capo al soggetto o ai soggetti imputati, e di titolo proprietario in capo a soggetti terzi non imputati, trova nella legge un asse regolativo che privilegia la relazione di fatto rispetto alla relazione meramente cartolare o documentale». La vicenda riguarda una società lussemburghese che deteneva quote in due aziende italiane. Queste erano state confiscate per via di un'associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale posta in essere da tre imputati che avevano la disponibilità economica dei patrimoni ma non ne erano i titolari. Contro la misura ablativa i legali rappresentanti della società lussemburghese hanno presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che le quote di proprietà della Sa non potevano essere sottoposte a misura in quanto i partecipanti dell'associazione per delinquere non ne erano in alcun modo i titolari. Ma questa linea difensiva non ha smontato l'impianto accusatorio messo in piedi nell'appello bis dal Tribunale delle libertà di Bergamo.

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