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Scambio di favori per aggiustare sentenze

del 21/03/2012
di: Davide Mattei
Scambio di favori per aggiustare sentenze
Per avere un quadro nitido del terremoto che ha sconvolto la giustizia tributaria a Napoli, nell'ambito di una inchiesta della Procura antimafia sul clan Fabbrocino, basta leggere le ultime pagine dell'ordinanza firmata dal gip Alberto Capuano, utilizzandole a mo' di sismografo. Scrive il giudice che ha ordinato l'arresto di sedici giudici tributari: «Le indagini hanno dimostrato una fitta rete composta da imprenditori, professionisti e giudici delle Commissioni Tributarie, fra loro collegati, che attraverso uno scambio reciproco di favori, segnalazioni ed aggiustamenti di sentenze e di pilotamento delle assegnazioni a giudici relatori compiacenti e disponibili a barattare l'esito dei ricorsi tributari in cambio di merce dello stresso tipo, spesso addirittura falsificate e scritte dallo stessa parte privata ricorrente, hanno per lungo tempo e con assoluta costanza turbato l'esercizio della giustizia tributaria offrendo l'indecoroso spettacolo di un vero e proprio mercato delle sentenze».

Ma com'è che funzionava questo «mercimonio» giudiziario (per usare il termine adottato dai pm)? Il meccanismo corrutivo era semplice: il Gruppo Ragosta (attivo in gran parte d'Italia, con assets che sfiorano il miliardo di euro e una liquidità sospetta che i pm riconducono al riciclaggio di denari sporchi provenienti dalla camorra) riusciva a pilotare ricorsi per centinaia di milioni di euro grazie a robuste mazzette e una fitta trama di indebite agevolazioni incrociate. E, più in particolare, scrive il giudice, «mediante il ricorso a continue e ripetute promesse, accettate, nonché dazioni di denaro e/o altre utilità di vario tipo da parte dei privati interessati a ottenere sentenze favorevoli in accoglimento dei ricorsi tributari presentati innanzi alla commissione tributaria provinciale di Napoli, giudice di I grado, nonché alla commissione regionale in grado di appello, per conto delle società agli stessi riconducibili, in danno delle quali erano stati notificati avvisi di accertamento per il recupero a tassazione di imposte non pagate da parte dei competenti uffici finanziari in favore di appartenenti a vario titolo all'ufficio pubblico deputato alla decisione dei ricorsi». I favori erano destinati tanto a funzionari e dipendenti amministrativi, «cui spetta la presa in carico e la materiale assegnazione dei ricorsi alle singole sezioni della commissione tributaria provinciale ai singoli giudici relatori», tanto agli stessi giudici tributari, cui erano attribuiti «o comunque promessi» favori e utilità di vario tipo, in cambio di sentenze favorevoli al contribuente e sfavorevoli all'ufficio finanziario. Con un'aggravante, per di più: «I giudici, peraltro, esercitavano le funzioni violando anche le normative di settore prevedevano l'incompatibilità tra la funzione di giudici tributario e l'effettuazione di attività di consulenza fiscale di qualsiasi tipo nel territorio ove svolgevano l'attività giudiziaria, a garanzia dell'imparzialità della funzione giudicante». A tal riguardo, il giudice riporta un caso ritenuto emblematico: il ricorso d'appello della «Dagar srl». La società, appartenente sempre al Gruppo Ragosta, era stata oggetto di verifica fiscale da parte della Guardia di Finanza conclusasi «con la contestazione (ai fini fiscali e penali) di un rilevante credito Iva illegittimo pari a 146 mln di euro». Poche settimane dopo, l'Agenzia delle Entrate di Nola aveva emesso nei confronti della società un autonomo e distinto provvedimento di diniego alla definizione del condono per gli anni d'imposta 2001 e 2002. Scrive ancora il giudice: «La contestazione del credito Iva da parte della GdF si basava sul fatto che la Dagar aveva esposto nella dichiarazione del 20.10.2003… acquisti imponibili fittizi per complessivi 730 mln di euro e un totale d'imposta in detrazione di euro 146 mln che è stata successivamente imputata a credito della medesima dichiarazione». La truffa dunque si sviluppava su un duplice piano: approfittare del condono e dichiarare allo Stato di essere «debitore» per un credito Iva fondato sulla mera affermazione di aver acquistato nel 2003, pochi mesi dopo la costituzione della società, merce per ben 730 mln e, dunque, ottenere la compensazione di tale credito con il debito che negli anni è stato maturato «a seguito di operazioni commerciali infragruppo». Per fare questo, però, era necessario ottenere una sentenza favorevole per l'accesso al condono. Con quali mezzi è ancora il gip Capuano ad annotarlo: il giudice tributario Annamaria D'Ambrosio (consulente in nero del Gruppo) «avviava con il giudice tributario Vincenzo Esposito una serie di incontri “riservati” al fine di influenzarne il giudizio e ottenerne l'esito favorevole, con la complicità di Gaetano Borrelli, addetto al piano delle udienze, e di Mario Serpone, vicepresidente della II sezione, che interveniva direttamente su Esposito in relazione alla decisione del ricorso Dagar srl, anche in tal caso assicurandosi utilità».

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