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Pugno duro con l'azienda corrotta

del 21/03/2012
di: di Debora Alberici
Pugno duro con l'azienda corrotta
Niente sconti alle aziende coinvolte in affari illeciti. Una volta spiccata la misura interdittiva dell'attività ai sensi della «231» la società non ha diritto alla sospensione condizionale della pena. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 10822 del 20 marzo 2012 ha escluso l'applicabilità del beneficio in caso di condanna per responsabilità amministrativa dell'ente. Con una sola chance di riaprire l'attività, nel senso che le misure interdittive non scattano nel caso in cui l'impresa abbia già risarcito i danni.

Sul punto la seconda sezione penale ha precisato che «manifestamente infondata è anche la doglianza avanzata dalla società» che ha ricevuto il finanziamento illecito di mancata concessione della sospensione condizionale della pena. Il beneficio richiesto infatti non trova applicazione nel sistema sanzionatorio delineato dalla legge n. 231/2001 relativa alla responsabilità degli enti «dove sono previsti istituti diversi in funzione speciale preventiva. L'art. 17 stabilisce infatti che l'ente non soggiace alle sanzioni interdittive a fronte dei seguenti comportamenti: a) ha posto in essere le condotte risarcitorie e riparatorie o comunque si è efficacemente attivato in tal senso; b) ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l'adozione di idonei modelli organizzativi; c) ha messo a disposizione il profitto conseguito».

La vicenda riguarda una srl di Lecce accusata, e con lei i suoi amministratori, di aver ottenuto dei finanziamenti illeciti utilizzando una sovrafatturazione e falsificando i bilanci. I suoi vertici erano stati accusati per truffa aggravata mentre la società era finita nel mirino degli inquirenti per responsabilità amministrativa degli enti. E quindi le avevano imposto di cessare ogni attività. Contro la doppia decisione conforme di merito i manager e la stessa srl hanno presentato ricorso in Cassazione ma senza successo. Nulla da fare neppure sul motivo relativo alla prescrizione dell'illecito amministrativo dell'ente. Ciò perché secondo quanto previsto dagli articoli 22 e 59 della legge 231 la richiesta di rinvio a giudizio, nel caso in esame intervenuta prima del quinquennio, è atto di contestazione che interrompe e sospende il decorso della prescrizione sino alla sentenza che definisce il giudizio.

Anche la Procura generale della Suprema corte aveva chiesto al Collegio di legittimità di confermare tutte le pene.

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