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La musica diffusa in studio non sconta i diritti d'autore

del 16/03/2012
di: di Luigi Chiarello
La musica diffusa in studio non sconta i diritti d'autore
Il dentista non paga i diritti d'autore per la musica diffusa in studio. Perché le poche persone presenti non sono considerate un pubblico. Al contrario, i diritti d'autore potranno essere reclamati, quando le canzoni vengono trasmesse negli alberghi, dove un pubblico esiste eccome. Lo ha stabilito la Corte di giustizia europea, con due cause (C-162/10 e C-135/10), intervenute su due casi scoppiati in Irlanda e Italia. I giudici hanno ritenuto di dover privilegiare essenzialmente due criteri: il numero di destinatari potenziali della musica (quindi, se costituisce o meno un «pubblico») e il carattere della diffusione musicale (cioè se ha scopo di lucro o meno). Nel caso dei dentisti odontoiatri (sollevato in Italia) la Corte di giustizia ha sottolineato come il numero di utenti sia molto ridotto o inesistente, dato che i clienti in una sala d'aspetto sono generale pochi. Inoltre, dal dentista, la diffusione non ha alcuno scopo di lucro, perché, scrive la Corte nella sentenza «i clienti si recano presso uno studio dentistico allo scopo di ricevere delle cure, ed è solo in maniera fortuita e indipendentemente dai loro desideri che beneficiano di un accesso a determinati contenuti musicali». Al contrario, in hotel, secondo i giudici «i clienti di uno stabilimento alberghiero sono in numero assai rilevante, tale da poter essere considerato come un pubblico»; inoltre, la diffusione musicale in un albergo riveste un carattere di lucro, dato che «costituisce una prestazione supplementare che influisce sulla categoria dello stabilimento e dunque sul prezzo delle camere». E quindi risulta «suscettibile di attirare un numero ulteriore di clienti interessati a questo servizio supplementare».

La sentenza sugli studi dentistici. La sentenza nasce da un contenzioso tra la Società consortile fonografici (Scf) e il dentista con studio a Torino, Del Corso. Scf, in qualità di mandataria, aveva intrapreso trattative con l'Associazione nazionale dentisti italiani, per la stipula di un accordo collettivo che quantificasse un equo compenso per ogni «comunicazione al pubblico» di fonogrammi, inclusa quella effettuata presso studi professionali privati. Le trattative non hanno avuto esito positivo. Così Scf ha trascinato in giudizio Del Corso, per far accertare che questi, nel proprio studio dentistico effettuava la diffusione, come musica di sottofondo, di fonogrammi oggetto di protezione. E che tale attività era soggetta alla corresponsione di un equo compenso. La Corte d'appello di Torino ha quindi chiesto alla Corte di giustizia se la nozione di «comunicazione al pubblico» contenuta nelle convenzioni internazionali (Convenzione di Roma, l'Accordo Trips e Wppt) coincida con quella configurata dal diritto dell'Unione e se essa comprenda la diffusione gratuita di fonogrammi effettuata all'interno di uno studio odontoiatrico. La Corte, da parte sua, ha osservato che l'Accordo Trips e il Wppt sono stati sottoscritti e approvati dall'Unione. E che la Convenzione di Roma, sebbene non formi parte dell'ordinamento giuridico Ue, vi produce effetti indiretti, perché i suoi stati membri l'hanno sottoscritta e l'Ue non può ostacolare l'adempimento di obblighi assunti dagli stati membri. La Corte dice anche che i privati non possono avvalersi in modo immediato né della convenzione di Roma, né dell'Accordo Trips, né del Wppt. Sulla fatto poi che la nozione di «comunicazione al pubblico» comprenda o meno la diffusione gratuita di musica in uno studio odontoiatrico, secondo i giudici Ue la risposta è no, perché l'insieme di persone presenti nello studio è alquanto ristretto. Può definirsi pubblico, infatti «un numero indeterminato di destinatari potenziali e un numero di persone piuttosto considerevole».

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