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Inquadramenti, ristori leggeri

del 03/03/2012
di: Pagina a cura di Debora Alberici
Inquadramenti, ristori leggeri
Possibilità per le imprese di risparmiare sui ristori per i lavoratori ingiustamente inquadrati a tempo determinato. Le norme del collegato lavoro, che prevedono la corresponsione di un'indennità tra le 5 e le 12 mensilità in luogo del ristoro stabilito liberamente dal giudice, si applicano anche per i vecchi contenziosi. L'azienda può chiedere infatti in sede di legittimità che l'indennità sia liquidata secondo i parametri sanciti dalla legge 183 del 2010 con riferimento ai ricorsi già depositati in Cassazione contro i dipendenti che in tribunale hanno ottenuto la conversione del contratto. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 3305 del 2 marzo 2012, ha accolto il ricorso di una società che chiedeva l'applicabilità dei parametri più bassi contenuti nel collegato lavoro per liquidare il risarcimento a un dipendente ingiustamente inquadrato a tempo determinato. Ad avviso del collegio di legittimità «nel caso particolare dell'applicabilità dell'art. 32 c. 5 e 7 legge n. 183/2010 (collegato lavoro) anche ai giudizi di legittimità, questa S.C. si è già pronunciata con ordinanza n. 2112 del 2011 mettendo in dubbio la legittimità costituzionale delle disposizioni, allora, appena approvate, in quanto metterebbero «ingiustamente in forse la misura del ristoro dovuto ai precari, dando modo al datore di lavoro di persistere nell'inadempimento».

Poco dopo la Consulta con la sentenza n. 303/2011 ha poi ammesso la rilevanza, anche se non la fondatezza, della prospettata questione di legittimità. Pur essendo la citata sentenza della Corte costituzionale vincolante solo nel giudizio a qua (trattandosi di pronuncia di rigetto), restano tuttavia insuperate le considerazioni svolte dalla summenzionata ordinanza n. 2112/2011 di questa Corte suprema, che qui vanno sviluppate mediante un'interpretazione costituzionalmente conforme. «Orbene, per quanto il tenore testuale del comma 5 dell'articolo 32, riferendosi alla fissazione di un termine per l'eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni e all'esercizio dei poteri istruttori d'ufficio ex art. 421 c.p.c., evochi attività proprie della sede di merito e non di quella di legittimità, nondimeno escludere il giudizio di cassazione dalla sfera di operatività della norma in discorso equivarrebbe a discriminare irragionevolmente tra loro situazioni, pur analoghe, in base alla circostanza, del tutto fortuita, della pendenza della lite in una fase piuttosto che in un'altra, assoggettando le parti del rapporto di lavoro ad un regime risarcitorio diverso a seconda che i processi pendano in primo o secondo grado oppure innanzi alla Cassazione». E poiché una discriminazione sarebbe illegittima di più «lo sarebbe se, all'interno della medesima ipotesi fattuale (pendenza della lite), si operasse un'ulteriore irragionevole distinzione (lesiva, quanto meno, dell'art. 3 fra processi pendenti in sede di merito e altri innanzi ai giudici della legittimità)».

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