In questi ultimi mesi, con un fare alquanto retorico e in maniera assordante, è circolato il termine “liberalizzazioni” panacea di tutti i mali. Ma è credibile ridurre un tema così articolato come quello delle liberalizzazioni alla sola mortificazione degli ordini professionali?
Partendo da queste premesse ma anche con spirito di collaborazione e di confronto è stato organizzato per il prossimo primo marzo, a Roma, il “Professional Day – La giornata delle professioni” (ore 10,30 Auditorium della Conciliazione – via della Conciliazione 4).
A questa giornata si arriva dopo una serie di mobilitazioni territoriali, come il Forum delle professioni di Napoli, dello scorso 22 gennaio.
«La riflessione sul mondo delle professioni, che ricordiamolo danno lavoro a 2 milioni e 100mila cittadini, capaci di produrre il 15,1 del Pil, non può essere banale ma deve partire da alcune considerazioni», ha osservato nel suo intervento il presidente dell'Ordine dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili di Roma, Gerardo Longobardi, per il quale c'è un equivoco di base in quanto «le liberalizzazioni nel campo delle professioni partono da un'ipotesi che difficilmente può essere dimostrata: gli studi professionali sono imprese e i singoli professionisti sono imprenditori. Mentre i professionisti dispongono di una laurea, appartengono a un ordine professionale e soprattutto ogni libero professionista non è omologabile con altri che pure praticano la medesima materia: diverse la preparazione, la cultura, l'intelligenza; diverso il modo di affrontare un incarico affidatogli: insomma, la prestazione del professionista è irripetibile ed infungibile e non può essere assimilabile all'attività d'impresa». Un'osservazione rafforzata dal fatto che in molti ordinamenti professionali vi è incompatibilità fra l'esercizio della libera professione e lo svolgimento dell'attività d'impresa. Inoltre, risulta evidente l'incongruenza che si rileva tra la volontà di abolire ogni tariffa professionale e il mantenimento dell'art.2233 del Codice Civile che sancisce l'obbligatorietà giuridica di un compenso con misura “adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione.
Altro tema delicato è quello delle polizze assicurative obbligatorie per i professionisti introdotto dall'art.9, terzo comma, della normativa sulle cosiddette liberalizzazioni. Questo obbligo «favorisce di fatto le grandi organizzazioni professionali le uniche», sottolinea Longobardi, «capaci di pagare elevati premi». Di qui la proposta operativa di far attivare il Consiglio Nazionale e gli Ordini territoriali per la sottoscrizione di “polizze collettive”, eventualmente di secondo rischio (quindi, meno costose), onde permettere agli iscritti di azzerare il differenziale di “capacità di copertura” tra grandi e piccoli studi.
