Consulenza o Preventivo Gratuito

Un piano anticrisi coerente

del 21/02/2012
di: di Manola Di Renzo
Un piano anticrisi coerente
In questi giorni si continua a parlare del decreto liberalizzazione, delle reazioni che sta scatenando e del numero eccessivo di emendamenti presentati, molti contrastanti tra loro, addirittura opposti.

Si sono accesi dibattiti negli ambienti professionali, assicurativi, dei trasporti, dei farmacisti, nei settori più diversi, ma per il momento il risultato non presenta segnali positivi.

Noi del Cnai vorremmo credere nella genuinità dell'idea, ma finora, nei fatti, non stiamo assistendo a una riforma dei mercati economici che ambisce a dare uno slancio «liberalizzatore» all'economia, piuttosto sembra la frammentazione di alcuni pezzi che appartengono a un puzzle e che si vogliono eliminare credendo che lì dove si è creato il vuoto, in realtà circoli un'aria nuova capace di risvegliare la libertà economica.

Se liberalizzare significa rendere un'attività libera da barriere economiche e burocratiche, dobbiamo semplificare l'iter procedurale per l'apertura di un'attività e abbattere gli steccati bancari che continuano a negare credito alle piccole-medie imprese. Altro che tirare in ballo le banche con misure morbide, limitandoci a chiedere più trasparenza nei rapporti con cliente, bisogna imporre alle banche di tornare a fare bene il loro lavoro, e non ad allocare i debiti della loro mala gestione nel bilancio dello stato.

Ai farmacisti togliamo qualche farmaco, al professionista qualche incarico, a un altro abbassiamo la parcella, i tassisti aumenteranno (forse), agli esercizi commerciali viene concessa maggiore flessibilità sugli orari di apertura e agli assicuratori per la polizza auto di presentare più preventivi e informare il cliente in modo corretto, trasparente ed esaustivo e via dicendo.

In altre parole, commenta il presidente del Cnai, Orazio Di Renzo, «si spera di poter resuscitare la crescita del paese apportando modifiche al comparto privato senza intaccare e snellire l'enorme e artificioso settore pubblico. Tuttavia non si è parlato ancora dei crediti che le imprese vantano nei confronti delle pubbliche amministrazioni, ovvero di come lo stato intende onorare i propri impegni. Se viene chiesto un sacrificio alle imprese, alle famiglie, le stesse hanno bisogno di un esempio dall'alto. La correttezza, la serietà e la trasparenza sono condizioni indispensabili per ridurre le restrizioni e per iniziare un percorso di liberalismo economico».

Per esempio, sempre nell'ottica «di rimuovere quegli ostacoli che finora hanno ingessato le potenzialità sull'attività autonoma di cittadini e imprese», come di recente ha ribadito Mario Monti, ai negozi viene liberalizzato l'orario di lavoro, così potranno stare aperti più a lungo, perché crediamo nonostante la crisi, che riusciranno a incassare di più e a potersi permettere un dipendente per coprire il turno aggiuntivo. Però se vogliamo veramente rendere un'attività libera, dovremmo pensare anche alla diminuzione della pressione fiscale, a creare delle agevolazioni per coloro che intendono affrontare nuovi investimenti; agli incentivi per l'assunzione di lavoratori.

Ai professionisti eliminiamo le tariffe professionali e introduciamo l'obbligo del preventivo scritto al cliente, diminuiamo anche il numero dei revisori nelle società. Nel contempo continuiamo a pretendere dal professionista una miriade di adempimenti e di operazioni che fino a oggi hanno portato benefici reali al solo dicastero pubblico. Si parla di professioni, caste, lobby, sempre in termini negativi e non si pensa al valore aggiunto del lavoro dei professionisti. Si preferisce non vedere come l'intermediazione tra professionista e impresa, incide positivamente sull'attività di riscossione del fisco; per esempio, non sono forse i professionisti, in particolare commercialisti e consulenti, a sviluppare quella complessa attività che termina con il pagamento delle imposte e dei contributi a favore dell'Erario e degli altri Istituti pubblici?

In più, chiediamo la formazione obbligatoria dimenticando che vale, stranamente, per i soli iscritti agli ordini, mentre coloro i quali svolgono la stessa attività, attraverso altre scappatoie, non ne sono soggetti. Allora perché non abolire gli ordini e rendere uguali i diritti e i doveri di chi svolge la stessa professione? In fondo gli ordini svolgono azioni di tutela e controllo, ma se vogliamo il mercato libero qualche rischio bisogna pure accettarlo.

Perché non eliminare l'esame di stato per l'abilitazione all'attività professionale?

E perché non eliminiamo l'ordine dei giornalisti? Tutto sommato non esiste l'ordine dei poeti o dei romanzieri. La manovra prevede la soppressione del limite minimo di superficie per la vendita della stampa quotidiana, devono esserci anche più giornalisti se nascono nuovi punti vendita.

«Il punto», sostiene il presidente del Cnai Orazio Di Renzo, «è che siamo in presenza di un'assenza di programma coerente e integrato seriamente nel nostro sistema, con progetti a breve, medio e lungo tempo».

L'unica convinta a pieno di tutto ciò è Confindustria. Probabilmente il meccanismo che muove questi ragionamenti verte solo su politiche imprenditoriali e industriali.

Forse se il piccolo negozio non potrà sostenere i nuovi ritmi non sarà in grado di sostenere i costi di più manodopera, dovrà cedere il passo alla grande distribuzione e alle grandi catene di franchising.

A chi importa che le ultime statistiche Eurostat hanno certificato che il più alto tasso di occupazione si registra nelle piccole imprese, per la legge dei grandi numeri, che sono destinate a morire.

Il farmacista lascerà il posto alle case farmaceutiche interessate a investire direttamente nei punti vendita, i professionisti creeranno le società amministrate dagli imprenditori e pian piano questa nuova manovra liberalizzazioni comincerebbe a prendere una forma più chiara.

Tutto il mercato sarebbe gestito dalle industrie, possibilmente associate a Confindustria e a questo punto si insinua un altro dubbio, il perché è così tanto importante il dibattito sull'art. 18.

vota