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Costo del lavoro, il vero problema

del 21/02/2012
di: di Marina Calderone presidente Consiglio consulenti del lavoro
Costo del lavoro, il vero problema
Il dibattito di queste ultime settimane sulla riforma del mercato del lavoro è tutto concentrato sulla modifica o meno dell'articolo 18 e sugli sviluppi occupazionali a seguito di una migliore flessibilità in uscita dal rapporto di lavoro. Poco si è detto sulla riforma degli ammortizzatori sociali: gli elementi emersi conducono verso un sussidio garantito equiparandoci agli altri paesi europei e una riduzione dei periodi di cassa integrazione. Ma proprio nulla si è detto sul tema del costo del lavoro. Sembra che questo non sia proprio un problema. Ma se chiedessimo a un datore di lavoro, perché non assumi? La risposta sarebbe una e una soltanto: perché per garantire un netto di 1.236,00 euro a un lavoratore, bisogna spendere 2.648,19 euro; vale a dire il 114,22% in più. E allora è questo il problema vero. Non c'è dubbio che l'articolo 18 rappresenti una norma che va adeguata ai tempi. Ma non facciamolo diventare il capro espiatorio poiché il vero problema è da tutt'altra parte. Il costo del lavoro deve essere ridotto. Vanno individuate le risorse economiche adeguate e vanno adottate strategie per ridurre sensibilmente gli oneri per i datori di lavoro. Il ministro Fornero ha recentemente affermato che la flessibilità ha un costo e i datori di lavoro devono pagarlo. Ma il costo della flessibilità non può essere sommato ad un costo del lavoro che è già all'apice della sopportabilità economica. Allora a fronte di un maggior costo per la flessibilità (per certi versi condivisibile) occorre dare un segnale incisivo riducendo in modo sensibile il costo del lavoro per i rapporti a tempo indeterminato.

Da uno studio effettuato dalla Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, nel settore industria a fronte di un netto al lavoratore pari a 1.236,00 euro gravano oneri molto rilevanti (si veda tabella allegata): all'Inps e all'Inail il 61,23%% dell'importo; al fisco il 25,62%. A questo si aggiunga, da un lato, che i contratti collettivi riconoscono periodi di assenza che aumentano il costo produttivo, dall'altro lato, l'articolo 2120 del codice civile riconosce una quota di tfr di circa una mensilità l'anno; il tutto per un aggiuntivo costo del 27,37%. Pur conservando tutti i diritti esistenti, anziché parlare di modifiche di articolo 18, sarebbe responsabile un momento di riflessione di ognuno per contenere questi oneri a fronte di una garanzia del posto di lavoro. E ciò sulla base del principio esposto dal presidente del consiglio in base al quale «tutti devono rinunciare a qualcosa poiché dalla crescita ne beneficiano tutti». Allora se questo è l'indirizzo la possibile soluzione è la seguente. Lo Stato, deve muoversi su tre fronti, riducendo di 5 punti percentuali il contributo delle aziende; dimezzare il costo Irap e forfetizzando il prelievo Iperf al 10% almeno fino alla fascia di reddito pari a 26 mila euro. I dipendenti fino a questa fascia sono circa 11 milioni e 700 mila (con esclusione di quelli che rientrano nella no tax area). I redditi prodotti sono circa 213 miliardi di euro con la conseguenza che l'applicazione di un prelievo forfetario avrebbe un costo per le finanze pubbliche di circa 4 miliardi e 500 milioni di euro: nonostante la crisi, non credo che il nostro Paese non sia in grado di investire una cifra simile per la sopravvivenza di tutti.

Anche i lavoratori, potrebbero fare un ulteriore sforzo rinunciando ad alcune assenze che sono contenute nei contratti collettivi. Le ferie sono un diritto ma ricondurle allo sole 4 settimane non sarebbe sbagliato in questa fase e anche ridurre i permessi del 50% potrebbe essere uno strumento importante per incentivare la produttività e quindi garantire il posto di lavoro. Pur conservando il diritto al tfr, che costituisce un'importante cassaforte della famiglia, la retribuzione andrebbe ridotta di una piccola percentuale e portata al 6%. In questo modo la riduzione complessiva del costo scenderebbe all'84,52% anziché del 114,22%, equamente distribuito, tale da non dare più alibi ai datori di lavoro oltre a portare maggiori risorse nelle tasche dei lavoratori. In questo modo i lavoratori, è vero che farebbero dei sacrifici sulle assenze retribuite e sul tfr, ma allo stesso tempo vedrebbero aumentare il loro netto in busta dell'8,40% (ossia, oltre 100 euro al mese). È un'azione coraggiosa ma necessaria da attuare anche a titolo sperimentale. A fronte di questa incisiva azione, deve essere irrigidito il regime sanzionatorio per i rapporti irregolari anche parziali in modo a disincentivare fenomeni diffusi sul territorio. Allo stesso tempo vanno intensificate le azioni di controllo sul territorio sul modello che abbiamo conosciuto in queste settimane e che hanno fatto molto discutere. Il risultato di questa operazione sarebbe quello da sempre auspicato da tutti: pagare un po' meno, ma pagare tutti; o, almeno, la maggior parte.

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