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I praticanti e il libero mercato: pretese eccessive

del 18/02/2012
di: Riccardo Travers Antonio Strazzullo
I praticanti e il libero mercato: pretese eccessive
Il praticante è un soggetto che intraprende un lavoro autonomo, non un aspirante a un rapporto di lavoro subordinato. Il lavoro autonomo, fin dal suo nascere, implica l'assunzione del così detto rischio d'impresa. Il praticante «investe» un paio d'anni della sua vita produttiva per apprendere una professione e per vivere concretamente ciò che, altrove, apprende dal punto di vista teorico. È chiaro che, a fronte di questo investimento e dopo aver acquisito l'abilitazione, gli spetta un minimo di protezione, di esclusiva, di riserva di legge per lo svolgimento dell'attività per cui ha studiato ed investito.

Come si conviene a un soggetto maggiorenne, con alla spalle un esame di maturità e con l'obbiettivo di un'attività professionale, il praticante potrà studiare come autodidatta, potrà avvalersi di corsi attuati dall'Ordine professionale, potrà frequentare corsi universitari. Il rapporto di praticantato vede da una parte l'obbligo di consentire la frequenza dello studio per una full immersion nell'esercizio professionale, dall'altra l'obbligo di mettersi a disposizione dello studio per una collaborazione che, anzitutto, non intralci l'attività del professionista e dei suoi dipendenti.

Non esiste, nel rapporto di praticantato, un obbligo di impartire insegnamenti da parte del dominus che però, in contropartita della collaborazione, deve mettere a disposizione la propria «azienda» per favorire la nascita di un futuro concorrente. E in un libero mercato è già un sacrificio tutt'altro che indifferente o secondario.

Sempre nell'ottica del libero mercato, il praticante che venga «sfruttato» e a cui venga eventualmente impedito di immergersi totalmente nell'esercizio professionale potrà cambiare dominus. È tuttavia assolutamente certo che, qualora l'opera del praticante sia di concreta utilità allo studio, il dominus si adopererà attivamente per evitare di perdere un buon collaboratore, offrendo al praticante diligente e vispo una congrua borsa di studio.

Tutto ciò che il «dominus» offrirà in più al praticante sarà connesso alla peculiarità soggettiva del rapporto (parentela, volontà di cessione dell'attività ecc.), ma non può e non deve essere oggetto di estensione, né di esaltazione retorico-demagogica.

… A.A.A. professioni cercasi…

Tanto tuonò che piovve: gli ordini professionali non controllano il lavoro dei loro antagonisti, e si lasciano scappare il mondo delle professioni non regolamentate. È notizia di pochi mesi or sono che Cna, la «macchina da guerra» associativa degli artigiani italiani, si accaparra le professioni non regolamentate, creando Cna Professioni. Una notizia riportata sui quotidiani in sordina, ma che avrà un grande risvolto nella politica associativa (e non) del nostro Paese. I numerosi professionisti non regolamentati, conosciuti per un titolo che di per sé rappresenta una negazione (non-regolamentati), da sempre cercano, con gli strumenti della rappresentanza associativa, un gancio politico e finanziario a cui attaccare il treno delle liberalizzazioni europee. Si parla tanto di Confindustria, che ha voluto e permesso la nascita delle Stp - Società tra professionisti, per entrare negli studi professionali e farla da padrone; «chapeau» a Cna, che ha fagocitato in un sol boccone Assoprofessioni e altre sigle di non regolamentate (circa 21), mettendo il cappello sul mondo non-ordinistico. Cosa significa? Significa iscritti, quote associative, gestione politica territoriale, formazione, certificazioni di qualità, polizze professionali, convenzioni, Caf, Casse di previdenza: interessi economici strabilianti. E dire che nessuno segue con attenzione i piccoli, ma decisi passi, che stanno segnando i disegni di legge in materia non regolamentata: riconoscimento Uni, certificazioni di qualità, assicurazioni professionali e formazione. Ma tanto, loro sono figli di un Dio minore, chi se ne importa. Eppure loro sono stati i primi a bussare alla Cassa Ragionieri per un rilancio dei nuovi flussi di iscritti; sono stati i non regolamentati a chiedere, in fase di costituzione di Albo unico - Odcec, una «sanatoria» in fascia b) o c). In Italia. La soluzione è sotto gli occhi di tutti: basterebbero solo tre Ordini e tre Casse di previdenza, con sottocategorie interne di gestione, per risolvere tutte le guerre associative-professionali in corso: area sanitaria, tecnica ed economico-giuridica (per buona pace dei tanti delegati, amministratori, consiglieri, presidenti di commissione ecc.). Ma forse non c'è più tempo, visto che le professioni sono sì sotto attacco, ma non dal fantomatico mondo politico, ma da quello reale delle mega associazioni di imprese, che nulla hanno a che fare con le professioni, se non da utenti delle stesse.

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