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Imprenditori in cella se copiano i software

del 16/02/2012
di: di Debora Alberici
Imprenditori in cella se copiano i software
Rischia il carcere l'imprenditore che compra un software con una sola licenza e poi lo copia per installarlo sulle macchine aziendali. Vìola la legge sul diritto d'autore anche un solo back up.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 5879 del 15 febbraio 2012, ha reso definitiva la condanna a quattro mesi (e 1.000 euro di multa) pronunciata dalla Corte d'Appello di Bologna a carico di un imprenditore.

L'uomo aveva acquistato un programma Microsoft con una sola licenza e poi lo aveva copiato per installarlo su tutte le macchine aziendali.

Per questo erano scattate la accuse a suo carico: violazione delle norme poste a tutela del diritto d'autore.

Contro la doppia conforme di merito lui ha presentato ricorso in Cassazione ma senza successo. La terza sezione penale lo ha dichiarato inammissibile.

In particolare ad avviso degli Ermellini, la ricostruzione del fatto operata dalla Corte bolognese conduce a ritenere che l'imprenditore abbia acquistato una sola copia di ciascuno dei nove programmi informatici prodotti dalla «Microsoft Co» e di ciascun originale abbia poi effettuato plurime copie che ha installato su più computer della sua azienda.

In particolare, la sentenza di primo grado, che i giudici di appello richiamano in punto di fatto e che la Cassazione ha esaminato «attesa la continuità fra le due decisioni di condanna», afferma che sui fatti contestati e asseverati dai risultati peritali l'imputato ha reso piena ammissione, con la conseguenza che, alla luce delle conclusioni della sentenza di appello, «tali profili debbono essere considerati fuori discussione e si rende palesemente infondata la prospettazione difensiva contenuta nel secondo motivo di ricorso sia con riferimento alla sola copia di “back up” sia con riferimento ad asserite deficienze dell'accertamento tecnico». Dunque correttamente i giudici di merito hanno escluso che la contestazione attribuisca rilievo alla presenza o meno del marchio Siae e hanno ritenuto che «la condotta illecita contestata e accertata consista esclusivamente nella illecita duplicazione dei programmi al fine di essere utilizzati su plurimi apparecchi; si tratta di violazione prevista dalla prima parte del primo comma dell'arti 71-bis della legge 22 aprile 1941, n. 633».

Anche la Procura generale della Suprema corte, nell'udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso 19 dicembre, ha chiesto la conferma della condanna.

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