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Il credit crunch traina il factoring

del 15/02/2012
di: di Roxy Tomasicchio
Il credit crunch traina il factoring
In periodi di stretta creditizia, ma non solo, la risposta alle richieste delle imprese italiane, soprattutto le piccole e medie, è il factoring. A conferma di questa crescita costante dello strumento della cessione dei crediti ci sono i dati relativi al 2011: il turnover, ossia il flusso dei crediti ceduti dalla clientela alla società di factoring, ha toccato quota 168 miliardi di euro, in crescita del 22% rispetto all'anno precedente. Una quota pari al 10% del pil, che catapulta l'Italia al 4° posto nel mondo in questo comparto. A fotografare l'andamento del settore è il rapporto, presentato ieri a Milano, di Assifact, associazione che riunisce le società italiane del factoring: «Il 2011 è stato un anno importante, ma non una novità», ha spiegato nell'occasione Alessandro Carretta, segretario generale di Assifact e professore ordinario di economia degli intermediari finanziari nell'Università di Roma Tor Vergata. «Gli investimenti possono fermarsi, e così è o è stato in questi periodi, ma la gestione del capitale circolante no, quindi questo rende quanto mai fondamentale il factoring», ha spiegato Carretta aggiungendo la peculiarità italiana che spinge sempre più le pmi ad affidarsi a questo strumento: ai tempi di pagamento, di per sé lunghi, si aggiungono i ritardi, addebitabili soprattutto alla pubblica amministrazione. Il ritardo medio è passato da 52 giorni nel 2009 a 90 giorni nel 2011, contro i 20 della Francia e i 10 della Germania. «Il che», ha commentato il segretario generale di Assifact, «rende il factoring una soluzione di sistema». E proprio per innescare la ripresa agendo su questa leva, Assifact sta varando una lista di proposte da presentare al governo Monti, con l'obiettivo di rimuovere i vincoli al pagamento dei debiti da parte della pubblica amministrazione, rendendo veramente disponibili le risorse.

Il factoring, quindi, esce vincente dal confronto con i finanziamenti bancari per tre ragioni: una maggiore capitalizzazione degli operatori di settore; l'innovazione di prodotto, che consente di proporre alle aziende soluzioni su misura e una minore rischiosità rispetto ai prestiti bancari. «Il rischio implicito è inferiore tanto che, a settembre 2011, secondo dati Bankitalia», ha spiegato Carretta, «la quota percentuale di sofferenze del factoring era dell'1,89% contro il 5,24% dei prestiti bancari. Perché il factoring ha due paia di occhiali: guarda all'impresa che cede il credito, ma anche alla qualità dei crediti stessi e quindi dei debitori. E il riscontro c'è anche nel livello dei tassi. Più alti sono più è segno che l'operazione è rischiosa». I tassi d'interesse praticati nel 2011 dalle società di factoring ai clienti, infatti, sono stati in genere più bassi o al massimo in linea con quelli degli altri strumenti finanziari. «Il credit crunch c'è, quindi, ma per fortuna c'è anche il factoring», ha concluso Antonio De Martini, presidente di Assifact. «Il credito bancario nello scorso dicembre si è contratto rispetto ai mesi precedenti. In questa situazione il factoring può svolgere un ruolo importante nel sostenere la liquidità delle imprese nelle fasi più acute della crisi e stimolare la ripresa».

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