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La triste sorte delle professioni intellettuali italiane

del 14/02/2012
di: Guido Alpa Presidente Cnf Marco Melosi Presidente Anm
La triste sorte delle professioni intellettuali italiane
Caro direttore,

vorrei provare a spendere alcuni argomenti razionali per richiamare l'attenzione delle istituzioni sulla triste situazione in cui oggi versano le professioni intellettuali.

Parlo delle professioni «regolamentate», libere, aventi ad oggetto prestazioni intellettuali, a cui si accede mediante esame di Stato o mediante concorso. Le professioni che tutelano diritti fondamentali (come l'avvocatura e la medicina) e comunque interessi vitali per tutti i cittadini. Non a caso esse figurano sia nella Costituzione italiana sia nella Carta dei diritti fondamentali dell' Unione europea. Essendo vitali per la società, esse dovrebbero ricevere una qualche attenzione da parte dei parlamenti e dei governi.

Le regole che oggi si discutono sulle manovre economiche, che coinvolgono anche le professioni, sono condizionate da una logica imprenditoriale e industriale. È evidente che la dimensione economica, oggi favorita dalla grande crisi, assume un ruolo centrale in ogni decisione, anziché essere uno dei criteri di valutazione insieme a quelli politico e giuridico. L'argomento che si spende muove da un dato che si assume come incontestabile, cioè che la disciplina delle professioni deve essere «liberalizzata» perché l'attuale sistema abbasserebbe il pil di un punto o di un punto e mezzo. Questo assunto, estrapolato da una relazione dell'allora Governatore della Banca d'Italia, risale al 2008. Non si è mai saputo con quali calcoli fosse stato determinato. Né se oggi il dato è attendibile e attuale.

Per parte loro, le professioni producevano undici punti di pil: beneficio che le professioni apportano all'economia. Parlo di benefici, perché in questa demonizzazione delle professioni si tende a parlare solo di costi, di caste, di privilegi, di incrostazioni, come se le professioni fossero utili solo a se stesse e fossero un inutile fardello di cui ci si deve liberare in ogni modo.

Se si guarda ai benefici assicurati dalle manovre introdotte a cominciare dall'agosto scorso, nel campo delle professioni non si è registrato alcun miglioramento. Tutte le agevolazioni e i sostegni si sono concentrati sulle imprese. È il segno della trasformazione strisciante che passa attraverso il mercato dei servizi professionali per arrivare al mercato tout court? Se fosse così avrebbero ragione coloro che mettono in guardia istituzioni e cittadini dalla inaugurazione di una nuova «costituzione materiale» realizzata mediante le tecniche della decretazione d'urgenza.

Se «liberalizzare» significa rispettare le autonomie, non si comprende perché le manovre abbiano infierito sulle professioni con la imposizione di limiti di ogni tipo, inaugurando una stagione dirigistica che esprime una linea opposta a quella pubblicizzata.

Ragionevolezza e proporzionalità sono principi cardine del diritto comunitario: proprio quel diritto comunitario che invece viene utilizzato, in malam partem, per giustificare gli interventi restrittivi sulle professioni. Il quadro giuridico che si sta delineando nel nostro Paese in materia i professioni è singolare, perché unico in Europa, in contrasto con le direttive e con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, come ha rilevato il Ccbe.

Deprimere le professioni, con regole che unificano anziché distinguere le singole specificità, relegarle ad oggetto di semplificazione normativa da realizzare con regolamento amministrativo, piegarle all'uso di tipologie societarie proprie dell'attività d'impresa, delegittimare gli organi rappresentativi che assicurano l'osservanza delle regole deontologiche e quindi sono un presidio per la tutela dei diritti e degli interessi fondamentali dei cittadini, significa mettere in atto un sistema di regole che non solo non è «richiesto dall'Europa», ma addirittura è in contrasto con i principi del diritto comunitario.

Liberalizzazioni a senso unico

Egregio direttore,

la professione veterinaria subisce da anni la distrazione dei governi. Viene sommariamente ascritta alle regole della concorrenza e parificata ai servizi. I medici veterinari liberi professionisti sono sul mercato ma non fanno mercato: attraverso la sanità e la prevenzione animale tutelano la sanità pubblica. Un parallelo assodato per le Autorità sanitarie internazionali ma non per i liberalizzatori. Vediamo perché.

Nel nostro Paese la veterinaria è esclusivamente disponibile in regime privato per gli animali di proprietà, ma integra il Servizio sanitario nazionale. Molte prestazioni sono indispensabili contro la diffusione di malattie trasmissibili all'uomo, altre sono obbligatorie per legge. Invariabilmente, le prestazioni veterinarie sono assoggettate all'aliquota Iva del 21%, la più alta in assoluto. Come se non bastasse, leggiamo con apprensione di ulteriori decurtazioni della soglia di detraibilità delle spese veterinarie, addirittura della possibile esclusione da questo beneficio fiscale. Si eliminano i parametri tariffari con l'intento di favorire il contenimento delle parcelle, ma nel frattempo si alza la pressione fiscale. E non si escludono ulteriori interventi sull'Iva. È davvero il cittadino consumatore il destinatario di tante premure liberalizzatrici? Questo stesso cittadino vedrà le spese veterinarie inserite nel redditometro di nuova generazione, accanto al cavallo da diporto che non partecipa alle competizioni, non genera profitti e non richiede costi di mantenimento da milord. Non si voleva promuovere l'emersione e la trasparenza? Da un lato si sospendono i professionisti che non fatturano, ma poi si depotenzia uno strumento di controllo attivo del cittadino come le detrazioni fiscali.

Quanto alla concorrenza pubblico-privato, il principio ispiratore della concorrenza è contraddetto dal mantenimento della possibilità per le pubbliche amministrazioni di porsi, anche sul mercato, con tariffe stabilite per legge e di realizzare di fatto forme di concorrenza sleale nei confronti dei professionisti privati.

Saluti cordiali

A chi giova tutto ciò?

Egregio direttore,

in pochi mesi, sono state definitivamente cancellate le tariffe professionali (che già avevano cessato di essere vincolanti dal 2006); si è steso un tappeto rosso per i soci di capitale; si è decretata la cancellazione della maggior parte dei collegi sindacali. Tutte misure che creano molti più problemi di quanti ne risolvano: non bisogna essere dei geni dell'economia per capirlo. Ma allora, cui prodest?

Lettere e contributi potranno essere inviati all'indirizzo mlongoni@class.it

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