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L'ente non paga i danni da ritardo

del 11/02/2012
di: di Dario Ferrara
L'ente non paga i danni da ritardo
No al permesso di costruire: il comune sbaglia ma non paga, neppure il danno da ritardo. Il tempo perso dall'ente non è di per sé risarcibile: serve una lesione patrimoniale all'interessato dovuta all'inerzia

Il comune non risarcisce il danno da ritardo, anche se ha sbagliato. E ciò nonostante che il permesso di costruire risulti negato troppo frettolosamente al cittadino interessato, mentre gli uffici dell'ente dovranno tornare a pronunciarsi sull'istanza di natura urbanistica. È quanto emerge dalla sentenza 762/12, pubblicata dalla sezione seconda quater del Tar Lazio.

Natura controversa. È vero, nell'ordinamento è stato introdotta poco meno di tre anni or sono una fattispecie definita per comodità «danno da ritardo». A farlo è stata la legge 69/2009, quella che ha riformato il processo civile, che ha aggiunto un articolo nuovo di zecca, il 2 bis, alla legge 241/90 (un istituto «discusso», commentano i giudici amministrativi). La novella, in ogni caso, stabilisce solo che «le pubbliche amministrazioni» e altri soggetti assimilati «sono tenuti al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento». In altre parole, il tempo perso dalle amministrazioni non fa scattare di per sé il danno da ritardo: ai fini del risarcimento, infatti, risulta necessario che nella sfera giuridica dell'interessato si verifichi un pregiudizio di natura patrimoniale determinato dalla colpevole inerzia dell'ente, il quale non si cura dell'inutile decorso del tempo.

Amministrazione salva. Il cittadino interessato ottiene l'annullamento del provvedimento amministrativo ma non il risarcimento. Eppure l'ente ha inutilmente insistito sul fatto che agli atti mancano gli elaborati grafici originali allegati alle concessioni edilizie, salvo poi concludere ugualmente per la non conformità della richiesta rispetto alle norme urbanistiche. Tutte le circostanze dedotte non sono comunque sufficienti a far scattare l'obbligo di risarcimento in capo all'ente: l'interessato lamenta infatti che nel frattempo ha venduto il bene a prezzo meno favorevole, affrontato un mutuo più oneroso e pagato un affitto; si tratta, però, di censure tutte rivolte sullo stato giuridico del cespite, su cui l'amministrazione dovrà nuovamente deliberare.

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