L'Anci non ci sta e, pur rispettando, come si conviene, la decisione dei massimi giudici contabili, affida a una nota tutta la sua «preoccupazione» per un'interpretazione «che era stata da tempo superata anche dai suoi pochi sostenitori» dopo le pronunce favorevoli agli enti locali della sezione autonomie e delle sezioni di controllo dell'Emilia Romagna e della Lombardia. L'associazione guidata da Graziano Delrio tiene a sottolineare la trasparenza della condotta dei comuni che in questi anni hanno operato «secondo la legge e attenendosi alle interpretazioni ufficiali espresse dagli organi della Corte conti» fino all'ultima rivoluzionaria pronuncia. E, proprio per dimostrare di non volersi sottrarre ai tagli, l'Anci chiede al governo un intervento decisivo: l'approvazione, attesa invano dal 2010, del decreto ministeriale che, in attuazione del decreto Tremonti (dl 78/2010), avrebbe dovuto ridurre le indennità in misura proporzionale alla fascia di popolazione. «Il testo è ormai da troppo tempo in itinere», lamenta l'Anci, «e potrebbe restituire certezza alla materia». In effetti, la mancata emanazione del dm è proprio il nodo cruciale, perché in assenza del regolamento e nella convinzione che la decurtazione stabilita dalla Finanziaria 2006 fosse «a termine», i sindaci dal 1° gennaio 2009 in avanti hanno ritenuto che i vecchi tagli non fossero più in vigore e quelli nuovi non ancora operativi. Ma ricapitoliamo i termini del problema.
La tesi delle sezioni unite. Le sezioni riunite dunque escludono che la norma «incriminata» (articolo 1, comma 54, della 266/2005 ai sensi della quale «per esigenze di coordinamento della finanza pubblica, sono rideterminati in riduzione nella misura del 10 per cento rispetto all'ammontare risultante alla data del 30 settembre 2005» gli emolumenti spettanti a sindaci, presidenti di provincia, assessori e consiglieri) fosse «a tempo determinato». Il motivo è semplice: la disposizione, secondo i giudici contabili non contiene un limite all'arco temporale della sua efficacia, mentre le esigenze di contenimento della spesa pubblica e, in particolare, dei costi della politica hanno natura continuativa e non circoscritta nel tempo.
La stretta operata dalla legge n. 266/2005, secondo le sezioni unite, va dunque considerata «ancora vigente in quanto ha prodotto un effetto incisivo sul calcolo delle indennità che perdura ancora e non può essere prospettata la possibilità di riespandere i valori delle indennità così come erano prima della Finanziaria 2006».
La tesi dell'Anci. Nella nota l'Associazione dei comuni ripercorre tutte le precedenti decisioni che in questi anni hanno indotto i sindaci a credere che il taglio del 10% fosse solo temporaneo. Da quelle più estreme come il parere della Corte conti Toscana secondo cui il taglio avrebbe avuto effetto solo per il 2006 (opinione, tiene a sottolineare l'Anci, «non condivisa da molte amministrazioni comunali che avevano compreso e accettato con spirito solidale la necessità di un sacrificio triennale») a quelle più soft delle sezioni regionali di Emilia Romagna e Lombardia secondo cui il taglio sarebbe durato 3 anni a partire dal 2006 e dunque sarebbe cessato il 31 dicembre 2008. Con la conseguenza che dopo tale data, scrivevano i giudici lombardi, «occorre ripristinare i compensi ai livelli anteriori a quelli fissati dalla legge n.266/2005».
A corroborare l'idea che i tagli fossero cessati a partire dal 2009, secondo l'Anci, c'ha poi pensato il legislatore che col dl 78/2010 ha istituito nuovamente la decurtazione lasciando che fosse un successivo decreto a calibrarla a seconda della consistenza demografica dell'ente in misura variabile dal 3 al 10%. Peccato però che questo dm, elaborato già un anno fa e approvato il 2 febbraio scorso dalla Conferenza stato-città, si sia arenato per una serie di eccezioni sollevate dal Consiglio di stato.
