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Unico senza il valore di mercato

del 11/02/2012
di: di Norberto Villa
Unico senza il valore di mercato
Neanche la versione finale di Unico 2012 svela il valore di mercato delle attività finanziarie estere. L'art. 19 del decreto legge 201/2011 ha istituito la patrimoniale dovuta dalle persone fisiche che possiedono attività finanziarie all'estero. L'imposta sulle attività finanziarie detenute all'estero è infatti dovuta nella misura dell'1 per mille del valore di mercato delle attività finanziarie rilevato al termine del periodo d'imposta nel luogo in cui sono detenute le attività, anche utilizzando la documentazione dell'intermediario estero di riferimento per le singole attività e, in mancanza, secondo il valore nominale o di rimborso (comma 15 dell'art. 19). Un primo dubbio tuttavia riguarda l'esatta individuazione di cosa debba intendersi per attività finanziaria. Un aiuto per interpretare il punto può arrivare da quanto previsto nelle istruzioni al quadro RW sempre del modello unico 2012. Dove si afferma che sono attività estere di natura finanziaria quelle da cui derivano redditi di capitale o redditi diversi di natura finanziaria di fonte estera tra cui:

- attività i cui redditi sono corrisposti da soggetti non residenti, tra cui, le partecipazioni al capitale o al patrimonio di soggetti non residenti;

- obbligazioni estere e i titoli similari, titoli pubblici italiani e titoli equiparati emessi all'estero, titoli non rappresentativi di merce;

- certificati di massa emessi da non residenti (comprese le quote di Oicr esteri), valute estere, depositi e conti correnti bancari costituiti all'estero indipendentemente dalle modalità di alimentazione (per esempio, accrediti di stipendi, di pensione o di compensi);

- contratti di natura finanziaria stipulati con controparti non residenti, per esempio finanziamenti, riporti, pronti contro termine e prestito titoli;

- contratti derivati e altri rapporti finanziari stipulati al di fuori del territorio dello stato;

- metalli preziosi detenuti all'estero;

- diritti all'acquisto o alla sottoscrizione di azioni estere o strumenti finanziari assimilati;

- forme di previdenza complementare organizzate o gestite da società ed enti di diritto estero, escluse quelle obbligatorie per legge;

- polizze di assicurazione sulla vita e di capitalizzazione sempreché il contratto non sia concluso per il tramite di un intermediario finanziario italiano al quale sia conferito l'incarico di regolare tutti i flussi connessi con l'investimento, con il disinvestimento ed il pagamento dei relativi proventi;

- attività finanziarie italiane detenute all'estero anche se in cassette di sicurezza quali, per esempio, i titoli pubblici ed equiparati emessi in Italia o le quote di una srl italiana.

Ma se il problema dell'identificazione potrebbe in tal modo dirsi superato non può affermarsi lo stesso con riguardo alla quantificazione dell'attività finanziaria. La norma istitutiva della patrimoniale individua la base imponibile nel valore di mercato dell'attività finanziaria e solo in mancanza di questo nel suo valore nominale o di rimborso. Per non rendere impossibile l'individuazione della base imponibile sarebbe allora opportuno che tali indicazioni fossero ben precisate. In assenza di ciò le conseguenze rischiano di essere paradossali.

Si ipotizzi, per esempio, un residente italiano che detiene la partecipazione in una società estera. Tale attività considerato l'elenco di cui sopra è da considerarsi un'attività finanziaria ed essendo «estera» è da assoggettare a imposta sostitutiva. A tale fine occorrerà compilare l'apposita sezione del quadro Rm del modello unico Pf.

Fermandosi al testo letterale la base imponibile è da individuare nel valore di mercato della stessa ma lo stesso (seppure certamente esistente a meno che non vi siano vincoli ferrei alla possibilità di una sua alienazione) non risulta da alcun dato certo del mercato. In tal caso le due soluzioni possibili sono le seguenti: a) si considera vincolante il riferimento al valore di mercato costringendo il contribuente di anno in anno a una sua individuazione; b) si considera possibile utilizzare il valore di mercato solo nel caso in cui l'attività in questione sia presente in un mercato regolamentato (esempio: partecipazioni quotate in borsa) e in mancanza di questo si consente di far riferimento al valore nominale o rimborso.

È chiaro come accettando la prima tra le due soluzioni questa imposta patrimoniale diverrebbe un vero e proprio «rompicapo» e dai costi di gestione difficilmente ipotizzabili. L'esempio che si è proposto con riguardo alle partecipazioni può trovare molti altri casi simili. Si pensi, per esempio, a un'attività finanziaria costituita da gioielli e/o metalli preziosi.

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