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Fisco, tesoretto italiano all'estero

del 11/02/2012
di: di Giuseppe Di Vittorio
Fisco, tesoretto italiano all'estero
Il fisco dei paesi esteri trattiene centinaia di milioni di euro dei contribuenti italiani, si può arrivare a miliardi se si tiene conto delle somme pregresse. I soldi sarebbero il frutto dei mancati rimborsi richiesti dai risparmiatori italiani alle omologhe Agenzie delle entrate dei paesi d'oltreconfine. I contribuenti italiani potrebbero chiedere il rimborso di parte della tassazione dei redditi derivanti delle attività finanziarie emesse all'estero. I risparmiatori, però, non esercitano questo diritto e i soldi vanno persi. La ragione di un simile spreco? Troppo farraginoso richiedere quanto spetta. Fin qui si sorvolava, ma in un periodo di vacche magre questi soldi farebbero comodo.

Quando la tassa è multipla. Se un soggetto detiene titoli, azioni o obbligazione emessi da un soggetto estero viene tassato per ben due volte. Un esempio in questo senso è il contribuente italiano titolare dell'azione France télécom o del bond della Deutsche post, titoli che hanno una certa popolarità fra i risparmiatori italiani. Il dividendo o l'eventuale guadagno derivante dalla compravendita del titolo subiscono un doppio prelievo. Il primo è quello del fisco del paese di residenza della società, negli esempi citati il ministero delle finanze francese e quello tedesco. Il secondo prelievo è operato dallo stato italiano. Alla fine sullo stesso reddito gravano le tasse di due paesi. Prendendo in considerazione sempre gli esempi citati, l'aliquota francese è pari al 25%, mentre quella tedesca è pari al 26,365%. Spingendosi anche nel dettaglio dei numeri, vuol dire che un dividendo di 100 euro, viene tassato alla fonte dall'autorità francese per 25 euro e da quella tedesca per 26,365 euro. Il prelievo, come detto, non si esaurisce qui. Il fisco italiano colpisce il reddito successivamente per un altro 20%. L'aliquota però non incide su tutto il reddito ma solo sul «netto frontiera», il valore del dividendo o della cedola diminuito del prelievo effettuato dal fisco estero. Nel caso di specie la base imponibile diventa 100 meno 25 per l'azione France télécom quindi 75 e 100 meno 26,356 per il bond Deutsche telecom, netto frontiera in quest'ultimo caso è 73,365. Facendo due conti, nonostante il netto frontiera cioè la base imponibile ridotta, l'ammontare dei due prelievi sul reddito complessivo è pesante. I 100 di dividendo di France télécom diventano 60, 100 meno 40, 25 di prelievo francese più 15 (il 20% di 75) di quello italiano. Nel caso del bond Deutsche post i 100 di cedola diventano nette in tasca agli italiani 58,90, 100 meno 26,365 del fisco tedesco e 14,722 (il 20% su 73,365) di quello italiano.

Una questione di principio. Numeri alla mano il «netto frontiera», cioè la base imponibile ridotta non è però sufficiente ad attenuare l'aggressività della doppia imposizione.

Gli stati per evitare il prelievo multiplo hanno stipulato così degli accordi. Le intese prevedono la facoltà di rimborso per il cliente di una parte di quanto pagato al fisco estero, è bene precisare una parte non tutto. L'investitore in azioni e obbligazioni può chiedere la restituzione della parte eccedente un'aliquota convenzionale. L'Italia ha «in piedi» un'ottantina di accordi è l'aliquota convenzionale è generalmente pari al 15%. Il nostro titolare di France télécom e del bond Deutsche post potrebbe chiedere il 10% al fisco francese (25%-15%) e l'11,365% al fisco tedesco (26,356%-15%).

Se il reddito da attività finanziare è prodotto negli Stati Uniti non si può pretendere nulla, perché gli Usa hanno fissato al 15% la tassazione sui redditi da attività finanziarie percepite da residenti all'estero. Il Regno Unito ha fatto ancora di meglio per il contribuente, il fisco della Regina Elisabetta tassa a 0 i residenti all'estero che investono sulle società del Regno. Una mossa che punta evidentemente ad attrarre capitali dall'estero.

Quel denaro perduto. Il rimborso non viene mai richiesto anche dove si può avere. Prima di intascare le proprie pretese occorre: certificazione della propria banca del reddito incassato e della tassazione subita, richiesta di specifici moduli all'Agenzia dell'entrate italiana e non finisce qui. Invio di una copia della richiesta specificatamente compilata all'Agenzia delle entrate, una seconda al Fisco estero, la terza all'intermediario che ha incassato il dividendo. I soldi, poi, non si sa quando arrivano. Il risultato? Nessuno chiede il rimborso a eccezione di banche, assicurazioni e fondi pensione. «Spesso per i risparmiatori si tratta di importi irrisori», ha spiegato Andrea Busi dell'ufficio legale di Directa sim, un intermediario con molti clienti con attività all'estero, «riceviamo molte richieste di informazioni ma poi generalmente non si va avanti». Le somme diventano però consistenti se analizzate per la totalità degli italiani. «Servirebbe un'agenzia quanto meno europea che si occupi di fare le dovute compensazioni», ha lanciato come idea un operatore.

In alternativa le incombenze connesse al rimborso potrebbero gravare sulla banca che si prende in carico le richieste del cliente, ma questo generalmente non avviene per tre motivi. Gli istituti di credito non offrono consulenza fiscale e non vogliono calarsi nelle «beghe» tributarie. In seconda battuta il cliente busserebbe alle porte della banca per ottenere la restituzione delle somme pagate in surplus. L'istituto non ha però in mano tempi certi del rimborso. La banca potrebbe adempiere a tutte le incombenze a pagamento ma dovrebbe valerne la pena.

Se gli italiani devono avere qualcosa dal fisco estero è anche vero che i risparmiatori d'oltreconfine potrebbero pretendere qualcosa dalle agenzie italiane. L'aliquota per i redditi finanziari percepiti dai non residenti è del 27%. Alla fine chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.

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