Consulenza o Preventivo Gratuito

Sintetico con Unico

del 28/01/2012
di: di Maurizio Tozzi
Sintetico con Unico
Redditometro, sempre valido il reale reddito disponibile. Si prescinde dalle dichiarazioni se il contribuente dimostra di disporre occorrenze economiche valide per provvedere al proprio stile di vita e ai relativi incrementi patrimoniali realizzati. Necessario riconsiderare le «deduzioni figurative» e valutare la loro disponibilità in termini monetari. Lo scostamento, secondo il fisco, deve essere calcolato sul reddito dichiarato: smentita la presa di posizione del Secit. In materia di redditometro sono queste le indicazioni che emergono dai primi chiarimenti informali forniti dall'amministrazione finanziaria, in attesa di essere recepiti all'interno di un futuro documento di prassi. Che sia oltremodo necessario un intervento interpretativo in materia di redditometro è palese, soprattutto alla luce delle diverse posizioni che gli uffici dell'Agenzia delle Entrate assumono a fronte delle medesime problematiche. Uno dei punti «più sensibili» riguarda l'onere difensivo del contribuente: atteso che il redditometro misura la capacità reddituale complessiva indirettamente, in forza dei beni e servizi disponibili, o direttamente, sulla base della sommatoria degli investimenti o acquisti rilevanti effettuati (c.d. sintetico puro), è evidente che lo stesso è collegato ad un concetto di possibilità di sostenere determinati costi e spese della vita quotidiana. In sostanza, l'idea di fondo, validissima, è di misurare il reddito in funzione del consumo e si basa sul concetto inattaccabile che chi spende deve pur aver guadagnato tali importi, che almeno in linea teorica dovranno corrispondere ai redditi dichiarati, altrimenti è lecito indagare per comprendere l'origine ulteriore delle disponibilità impiegate.

Dal che discende che la corretta determinazione reddituale richiede l'obbligo di valutare qualsiasi elemento probatorio prodotto dal contribuente, con una «visione» estesa degli eventi che hanno consentito l'accumulo e disponibilità delle risorse finanziarie che sono state impiegate nell'acquisto di beni e servizi rilevanti. Da questo punto di vista, la medesima Agenzia delle Entrate ha costantemente ribadito che qualsiasi attività difensiva è utile allo scopo, come sottolineato dalla corposa circolare n. 49 del 2007, nonché nei recenti documenti di prassi n. 12 del 2010 e n. 28 del 2011, laddove è evidenziato che il contribuente può legittimamente fare ricorso ai risparmi accumulati nel tempo, così come devono essere considerati i reali redditi finanziari disponibili per il soggetto. Non di rado, purtroppo, detti documenti di prassi sono inapplicati, mentre si assiste al richiamo della «deleteria» sentenza n. 6813 del 2009 della Corte di Cassazione, secondo cui per giustificare l'accertamento sintetico possono essere utilizzati solo ed esclusivamente redditi esenti o soggetti a imposizione alla fonte, posizione più unica che rara assunta dai giudici di piazza Cavour e fortunatamente distante dal trend giurisprudenziale prevalente, secondo cui ogni dimostrazione delle occorrenze economiche è lecita in fase difensiva. Sul punto sembra aprirsi all'orizzonte uno spiraglio, improntato al principio fondamentale di cui all'art. 53 della Costituzione. Le anticipazioni dell'amministrazione finanziaria, infatti, vanno nella direzione di ribadire (e si spera che tale messaggio giunga forte e chiaro alle sedi periferiche), che in capo al contribuente deve ritenersi valido sin dal contraddittorio ogni elemento probatorio difensivo documentato e legittimo, quali ad esempio i costi figurativi dei titolari di reddito d'impresa (si pensi all'ammortamento o ad un costo pluriennale), la no tax area e la no tax family, altri abbattimenti forfettari e agevolativi (come la Tremonti ter), la restituzione di finanziamenti infruttiferi ai soci o all'imprenditore, i risparmi accumulati nel tempo, il disinvestimento di titoli, azioni. A fronte della commentata apertura interpretativa purtroppo è stata anticipata anche una soluzione assolutamente inaspettata e contraria a quanto conosciuto finora in ordine alla modalità con cui calcolare lo scostamento tra il reddito accertato e quello dichiarato, attualmente fissato nella misura del 20% annuale e nel passato stabilito nella misura del 25% in almeno due annualità, anche non consecutive. In base a quanto affermato in via informale lo scostamento secondo il fisco deve essere calcolato sul reddito dichiarato, soluzione penalizzante per il contribuente: in pratica, se un soggetto dichiara un reddito di 82, già 100 è sufficiente per accertare, in quanto supera di più del 20% l'importo dichiarato di 80. Se invece, come la stesura della norma lascia intendere, il calcolo si effettua sul reddito accertato, ossia su 100, la diminuzione del relativo 20% comporta che il reddito dichiarato «attaccabile» deve essere non superiore a 80 e pertanto nel nostro esempio il soggetto non potrebbe essere sottoposto a redditometro. Sul punto l'amministrazione finanziaria afferma che tale interpretazione è speculare a quella del passato ma così non è, sia perché nei vecchi formulari inviati ai contribuenti ad inizio anni 90 si precisava il contrario sia in quanto l'unico documento ufficiale che finora si è espresso sul punto, vale a dire la relazione Secit del 31 ottobre 1993, chiaramente stabilisce, al paragrafo 5.5, lettera b), che lo scostamento percentuale debba essere calcolato sul reddito accertato. L'agenzia aggiunge che comunque la modalità con cui calcolare lo scostamento è un falso problema, in quanto saranno valutate le posizioni con scostamenti rilevanti: se questo è vero, però, sembra che si sia volutamente sottovalutata l'applicazione di tale interpretazione per il passato.

vota