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Niente ripensamenti sul project financing

del 14/01/2012
di: Dario Ferrara
Niente ripensamenti sul project financing
Dalla finanza di progetto indietro non si torna, almeno gratis. Paga l'indennizzo all'impresa il comune che ci ripensa: il project financing può ben configurarsi anche se il rischio a carico del privato risulta piuttosto ridotto; l'ente locale non può contrabbandare per annullamento d'ufficio quella che è a tutti gli effetti una revoca, con l'amministrazione che valuta successivamente l'inopportunità del progetto che essa stessa ha approvato e decide di fare retromarcia. Va tuttavia escluso il risarcimento integrale del danno richiesto dall'azienda: la revoca da parte dell'ente locale è del tutto legittima. È quanto emerge dalla sentenza 39/2012, pubblicata il 10 gennaio 2012 dalla quinta sezione del Consiglio di stato. L'immobile «incriminato» è una prestigiosa villa veneta. Il comune accetta la proposta di project financing: il privato ristrutturerà l'immobile e lo gestirà per trent'anni, dandolo in locazione allo stesso locale in cambio del versamento di un canone. Poi l'amministrazione cambia idea: trova un finanziamento regionale per la biblioteca della villa, situata in un'ala non interessata dall'operazione già pattuita, e affida i lavori a un'altra impresa. Giunta e Consiglio fanno due conti e vogliono annullare del tutto la finanza di progetto: l'impresa, protestano, in realtà non si accolla alcun rischio nell'affare perché il corrispettivo del canone di locazione per trent'anni corrisponde quasi all'importo dei lavori di ristrutturazione e delle opere di urbanizzazione. Perché sbaglia, il comune? Il project financing, spiegano i giudici, è una procedura caratterizzata da un elevato tasso di elasticità, che consente di adattare il progetto alle specifiche esigenze delle parti. E nella specie la struttura dell'operazione non è incompatibile con l'istituto della finanza di progetto che consente un utilizzo soltanto parziale delle risorse dei soggetti proponenti. Ha torto l'amministrazione quando, invero tardivamente, denuncia che il rischio dell'impresa risulti in concreto azzerato: i calcoli del comune non considerano che l'impegno finanziario dell'impresa è immediato, con la realizzazione delle opere, mentre gli oneri posti a carico dell'ente locale vengono dilazionati in trenta anni sotto forma di pagamento del canone; insomma, i dati si possono confrontare soltanto indicizzando gli importi alla data degli esborsi. È vero, il rischio a carico dell'azienda è ridotto ma non pari a zero e questo non rende illegittima la procedura, che l'amministrazione ha autonomamente valutato come conveniente al momento dell'approvazione.

Inutile, per il Comune, mettere in mezzo la banca. È vero: nel project financing il piano economico deve comunque essere asseverato da un istituto di credito, ma non servono particolari formalità. Senza dimenticare che la tesi della mancata asseverazione risulta in contrasto con quella dell'assenza di rischio in capo all'impresa. Il «placet» della banca non esonera l'amministrazione dal procedere alla valutazione della coerenza e sostenibilità economica dell'offerta e all'esame del piano economico e finanziario sotto il profilo dei ricavi attesi e dei relativi flussi di cassa in rapporto ai costi di produzione e di gestione. Nel caso affrontato dai giudici amministrativi l'impresa ha regolarmente ottenuto l'asseverazione bancaria: il Comune avrebbe ben potuto richiedere un'integrazione laddove non fosse stato soddisfatto della documentazione. Il fatto che il dietrofront dell'ente consista in un revoca fa venire meno l'obbligo di risarcimento totale del danno: manca il presupposto dell'illegittimità dell'atto.

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