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Fare sistema, la sfida per il 2012

del 29/12/2011
di: di Gaetano Stella presidente di Confprofessioni
Fare sistema, la sfida per il 2012
Di fronte a un anno che si annuncia carico di incognite e di attese, i professionisti sono chiamati a serrare le fila per fare sistema, perché solo attraverso la presa di coscienza collettiva dei profondi cambiamenti in atto nel Paese, accelerati dalla crisi economica, si potranno governare le spinte evolutive che stanno modificando il Dna delle libere professioni in Italia, come in Europa.

È ancora presto per capire quali effetti avranno le varie manovre, che a partire dal luglio scorso hanno imposto una cura da cavallo ai cittadini, sulla stabilità dei conti pubblici. Tuttavia, la strada è segnata. L'avvento del governo Monti ha impresso un netto cambio di marcia alla politica, individuando nelle liberalizzazioni uno stimolo per la crescita economica del Paese. Su questo fronte, le misure un primo tempo annunciate nel cosiddetto decreto Salva-Italia, verosimilmente, verranno riproposte nel corso del nuovo anno, forse già a gennaio nell'atteso decreto sulla concorrenza. In cima alla lista del sottosegretario, Antonio Catricalà, ci sono i trasporti, le ferrovie, le autostrade, il settore del gas, la distribuzione di carburante e i servizi pubblici locali; ma il clou dovrebbe culminare con il varo della riforma delle professioni in calendario il prossimo 13 agosto.

Secondo i calcoli del governo la liberalizzazione dei servizi professionali dovrebbe determinare un incremento dell'1,5% del pil, pari a circa 18 miliardi di euro, in pochi anni e aumentare la redditività dei servizi aperti alla concorrenza. Probabilmente, le stime governative peccano di eccessivo ottimismo e non tengono in considerazione il quadro congiunturale in cui operano oggi i liberi professionisti. Se l'obiettivo delle liberalizzazioni è quello di guadagnare un punto e mezzo di pil non si può immaginare, in termini economici, di «svuotare» un comparto, quello delle professioni, che vale il 12,5% della ricchezza nazionale.

Tuttavia, il problema è assai più complesso. Non si tratta, infatti, di salvare gli ordini professionali da presunti tentativi di abolizioni, né tantomeno di ostracizzare la liberalizzazione tout court, ma di capire il modello professionale che scaturirà dalla riforma prossima ventura. Da questo punto di vista l'introduzione di soci di capitale puro nella governance delle società tra professionisti non rappresenta certo un buon viatico, perché sottopone l'esercizio dell'attività intellettuale a logiche mercantili, che aprono inquietanti scenari. Recentemente, l'Ocse ha osservato che dietro la liberalizzazione dei servizi professionali esistono rischi di concentrazioni a svantaggio delle realtà più piccole, con un livellamento verso il basso della qualità e dell'offerta. È un'ipotesi reale e inaccettabile che mette a rischio di estinzione non gli ordini professionali, ma un settore economico autonomo caratterizzato da una miriade di studi di piccole dimensioni (in media, ogni studio occupa 2,5 addetti).

Una distorta applicazione della deregolamentazione degli ordini e, a cascata, delle attività professionali potrebbe determinare, infatti, il travaso degli studi professionali verso comparti dell'industria, del terziario e del commercio che, attraverso precise modifiche statutarie, sono già pronti a fagocitare i professionisti, mandando all'aria l'intero sistema su cui si basano oggi gli studi professionali. È una delle incognite più insidiose che si affacciano sul 2012 e solo il pieno recupero dell'identità del libero professionista può scongiurarla. Ma i professionisti, purtroppo, sono abituati a ragionare per categorie, arroccati sulle prerogative tipiche della loro singola attività. Difficilmente, si tende verso una visione di insieme delle problematiche comuni all'universo del lavoro intellettuale: dai medici agli ingegneri, dai periti industriali agli avvocati, dai commercialisti ai veterinari, dai geologi ai notai, dai formatori agli archeologi. Spesso, si ignora addirittura l'unico link che tiene insieme l'area vasta delle professioni, ovvero il Ccnl degli studi professionali.

Se nel 2011 il sistema delle professioni è riuscito a reggere l'urto della crisi e a sventare i maldestri tentativi di azzerare gli ordini e gli esami di Stato, il 2012 impone una fase due, quella della ripresa economica e della dignità professionale. Da questa angolazione, il nuovo contratto, siglato lo scorso 29 novembre tra Confprofessioni e le organizzazioni sindacali, è una sfida lanciata ai professionisti; un invito a recuperare la propria identità; un monito a ricompattare il sistema professionale. Il nuovo Ccnl rappresenta, infatti, la strada più evoluta per governare i processi di cambiamento in atto nel mercato del lavoro e dell'organizzazione degli studi professionali. Ma è anche il risultato di un lungo lavoro, compiuto da veri professionisti che conoscono i problemi dei professionisti, tarato sulle esigenze degli studi, intesi come vere e proprie organizzazioni economiche che stanno sul mercato, e non su quelle di una fabbrica metalmeccanica o di un supermercato. Un contratto innovativo e competitivo, che si apre agli strumenti della flessibilità, ai nuovi profili, ai nuovi modelli societari per ricomprendere l'intero sistema delle professioni intellettuali. Il nuovo anno dei professionisti parte da qui.

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