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Bugie al fisco, sanzioni col filtro

del 17/12/2011
di: di Duilio Liburdi
Bugie al fisco, sanzioni col filtro
I dati e le notizie non corrispondenti al vero forniti in sede di controllo fiscale potranno far scattare le sanzioni penali ma solo nel caso in cui, a fronte di tale comportamento, si configuri una fattispecie delineata dal decreto in materia di reati tributari. Nessuna condizione preliminare, invece, laddove i documenti forniti siano falsi, in tutto od in parte. È questa la soluzione finale adottata nella stesura del comma 1 dell'articolo 11 del decreto legge n. 201 del 2011 che ha ottenuto la fiducia alla camera dei deputati. La norma in questione disciplina le modalità per il recupero di base imponibile e dunque si propone come disposizione normativa di deterrenza alla evasione fiscale.

La stesura originaria. Nella prima versione della norma era prevista l'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 76 del dpr n. 445 del 2000 laddove, chiunque in seguito alle richieste effettuate nell'ambito dei poteri di accertamento previsti in relazione alle imposte sui redditi ed Iva provvede ad esibire o trasmettere atti o documenti falsi in tutto od in parte ovvero a fornire dati o notizie non rispondenti al vero. Nella sostanza, il rischio, in tali ipotesi, era quello della reclusione sino a tre anni. Una parte della norma era stata emendata disponendo che la sanzione penale non si applicasse nel caso di dati o notizie forniti ma non rispondenti al vero. La stesura finale, però, riprende tale concetto apparentemente mitigandolo. Quindi, in conclusione, la norma definitiva prevede che:

- le sanzioni penali scattino nel caso di trasmissione od esibizione di documenti falsi in tutto od in parte;

- le medesime sanzioni sono applicate nel caso di fornitura di dati o notizie non rispondenti al vero ma esclusivamente, in tale ipotesi, laddove si configuri una fattispecie di cui al decreto legislativo n. 74 del 2000.

L'effetto pratico della disposizione. La norma non appare del tutto lineare e deve esserne valutato l'effettivo impatto alla luce di quanto previsto dal decreto legislativo in materia penal-tributaria. Nella sostanza, sembrerebbe esservi una sovrapposizione tra questa nuova fattispecie e quella dei reati previsti dal predetto decreto senza che però si applichi un limite quantitativo peraltro recentemente abbassato come soglie di rilevanza. In altri termini, provando ad esemplificare il concetto che sembra emergere dalla versione definitiva del disposto normativo, è in primo luogo una netta divisione tra documenti in tutto od in parte falsi e notizie non corrispondenti al vero in documenti che falsi non sono. In questo, si deve tenere conto quindi del possibile intreccio con quanto previsto dal decreto legislativo n. 74 del 2000. Ad esempio, immaginando il reato di cui all'articolo 7 del decreto in questione, deve essere ricordato come sia punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, quando l'imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte a euro trentamila. Immaginando che un contribuente voglia far valere un esonero le diverse situazioni che possono verificarsi siano le seguenti:

- omissione a fronte di un documento che si rivela in tutto od in parte falso. A questo punto, indipendentemente dal limite previsto dall'articolo 7 del dlgs n. 74 del 2000, dovrebbe scattare la sanzione prevista dalla manovra Monti in quanto ancorata al fatto che il documento sia falso;

- laddove il documento non sia falso ma riporti dati o notizie non corrispondenti al vero la necessità di applicazione della norma penale scatterebbe nel caso in cui si configuri la fattispecie delineata dal decreto legislativo n. 74 del 2000. Il problema è comprendere come si pone, in questo rapporto, il limite di imposta oltre il quale scattano le sanzioni penale proprie previste dalla norma del 2000 e quando, invece, sia sufficiente il configurarsi del reato trattato ai sensi dell'articolo 76 del dpr 445 sempre del 2000.

In ogni caso, la volontà del legislatore, almeno con riferimento al principio che si vuole seguire, appare decisamente chiara. Introdurre cioè una norma che ha una chiara finalità di deterrenza rispetto alla reticenza ovvero alla produzione di documenti in sede di controllo che possano portare ad una convinzione diversa dalla realtà. Sempre in relazione a questo aspetto si deve tenere altresì in considerazione come il concreto verificarsi delle diverse fattispecie delineate nell'ambito dell'articolo 11, comma 1, appaiano confinate nell'ipotesi di attività di controllo sganciate dunque dalla mera presentazione di una dichiarazione alla base della quale, peraltro, potrebbero esservi delle fattispecie che, in sede di controllo, fanno autonomamente scattare le disposizioni in materia penal tributaria di cui al dlgs n. 74 del 2000. Tenendo conto, inoltre, che con la legge n. 148 del 2011, i limiti previsti dal decreto legislativo sono stati decisamente abbassati.

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