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Omessa autofatturazione, Iva ko

del 03/12/2011
di: di Franco Ricca
Omessa autofatturazione, Iva ko
Disco verde al «favor rei» sull'Iva da omessa autofatturazione: anche l'Agenzia delle entrate riconosce che l'imposta a carico del destinatario che non avesse regolarizzato la mancata o irregolare emissione della fattura del fornitore, che era dovuta in base all'art. 41 del dpr 633/72, aveva natura sanzionatoria. A seguito dell'abrogazione di tale disposizione con la riforma delle sanzioni tributarie non penali, pertanto, l'imposta non è più dovuta neppure per le violazioni commesse precedentemente, salvo che fossero già state accertate con provvedimento definitivo. È quanto emerge dalla circolare n. 52 del 2 dicembre 2011, con la quale le Entrate, uniformandosi all'orientamento della Corte di cassazione, confermato dalle sezioni unite, dichiara superato il precedente indirizzo espresso nella circolare n. 23/1999 e invita gli uffici a riesaminare il «diffuso contenzioso» pendente in materia alla luce del principio di legalità introdotto dall'art. 3 del dlgs n. 472/1997.

Ai sensi del citato art. 41, il cessionario o committente che, avendo acquistato, nell'esercizio dell'attività, beni o servizi senza emissione della fattura o con emissione di fattura irregolare da parte del fornitore, non avesse provveduto a regolarizzare l'operazione, era punito con le pene pecuniarie ivi previste «oltre al pagamento della imposta, salvo che la fattura risulti emessa».

Dal 1° aprile 1998, l'art. 41 è stato soppresso e la violazione in esame è stata disciplinata dall'art. 6, comma 8, del dlgs n. 471/97, il quale prevede a carico del cessionario/committente che non provvede alla regolarizzazione la sanzione amministrativa del 100% dell'imposta con un minimo di 258 euro, ma non più il pagamento dell'imposta stessa.

Contemporaneamente, nell'ambito delle disposizioni generali in materia di sanzioni tributarie varate con il dlgs n. 472/97, è stato tra l'altro previsto che se la legge in vigore al momento della commissione della violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di diversa entità, si applica la legge più favorevole, salvo che il provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo (art. 3, comma 3).

È sorta quindi la questione se per le violazioni commesse prima del 1° aprile 1998 e non definitivamente accertate a tale data restasse fermo l'obbligo del cessionario/committente di pagare l'imposta relativa all'operazione non regolarizzata, oppure se tale obbligo dovesse considerarsi venuto meno per effetto del principio dell'applicazione della legge più favorevole. Al riguardo, va ricordato che in una nota del 24/7/1998 il ministero aveva sostenuto che l'obbligo di pagamento del tributo aveva natura di sanzione impropria (addirittura in relazione all'ipotesi di omessa autofatturazione di acquisti effettuati presso soggetti esteri), ritenendo quindi applicabile il favor rei. Nella circolare n. 23/1999, però, al contrario, era stato affermato che per le violazioni commesse prima del 1° aprile 1998 restava fermo a carico del cessionario/committente l'obbligo del pagamento dell'Iva, in quanto dovuta a titolo di tributo e non di sanzione.

La Cassazione, tuttavia, in numerose occasioni, da ultimo con le sentenze a sezioni unite n. 26126 e 26127 del 27 dicembre 2010, ha invece statuito che il predetto obbligo aveva natura di sanzione, per cui ricade nell'applicazione del principio della disciplina più favorevole sancito dall'art. 3 del dlgs n. 472/97; secondo il giudice di vertice, quindi, gli uffici, per le violazioni di omessa regolarizzazione commesse in vigenza dell'art. 41, ma non divenute definitive alla data del 1° aprile 1998, non avrebbero più dovuto recuperare l'imposta, in quanto si trattava di sanzione.

Con la circolare di ieri, l'Agenzia prende atto del consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità e dichiara superato l'orientamento espresso nella circolare n. 23/1999, ritenendo quindi di dover desistere dal coltivare ulteriormente le controversie pendenti. La circolare invita quindi gli uffici a riesaminare le liti in atto e ad abbandonare, con le modalità di rito, tenendo conto dello stato e del grado di giudizio, quelle in cui la pretesa tributaria non appare sostenibile alla luce delle considerazioni di cui sopra, sempre che non siano sostenibili altre questioni.

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