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Con lo spesometro turisti schedati

del 03/12/2011
di: di Maurizio Tozzi
Con lo spesometro turisti schedati
Comunicazioni acquisti oltre 3.600 euro per i privati, serve conoscere le carte di credito. Se la carta non è collegata a un intermediario tenuto all'obbligo della segnalazione all'archivio delle movimentazioni finanziarie, allora è necessario tracciare il pagamento. Peraltro, se il soggetto pagatore è privo di codice fiscale, è indispensabile raccogliere le informazioni anagrafiche.

Manca poco alla prima scadenza per quanto concerne il c.d. spesometro Iva, ossia il nuovo elenco clienti/fornitori che prende in considerazione anche le spese sostenute per i privati. Se è vero che l'adempimento del prossimo 31 dicembre è rivolto alle operazioni con il limite di 25 mila euro, con ancora numerosi dubbi da risolvere soprattutto per i beni in leasing e le operazioni collegate, è altrettanto vero che le perplessità riguardano anche le informazioni da lavorare per l'anno 2011 in corso, tra cui rientrano, a decorrere dallo scorso 1° luglio, i pagamenti effettuati dai privati per importi, comprensivi d'Iva, superiori a 3.600 euro.

Ai sensi della normativa di riferimento, in simili evenienze è fatto obbligo al soggetto venditore o prestatore del servizio di raccogliere il codice fiscale della controparte privata per poter procedere all'adempimento. Sottolineando ancora una volta che almeno sul fronte dei privati la norma non ha molto senso, in quanto non crea un contrasto d'interessi e dunque chi vuole nascondersi al fisco potrebbe «intercettare» il consenso ad un'operazione per contanti da parte dell'altro soggetto, anche egli evasore, è appena il caso di rilevare che l'adempimento ha non pochi spunti di forte criticità.

Il primo problema riguarda la bontà e attendibilità della stessa: il codice fiscale è un codice alfanumerico e poiché non vi è obbligo di procedere ad una visione o copia di un documento, lo stesso è raccolto anche mediante la dettatura da parte del cliente privato cittadino, con relativa possibilità di errore (si spera almeno spontaneo) nell'esposizione della sequenza dei singoli caratteri o numeri o anche nella trascrizione degli stessi. È evidente che in simili evenienze il dato risulta inutilizzabile, in quanto non rispondente a nessun contribuente.

Ma le situazioni si complicano se si pensa alle diverse ipotesi degli acquisti effettuati mediante le disponibilità economiche di altri soggetti (il classico caso del padre che opera il pagamento del bene intestato al figlio): se è vero che la norma deve servire, almeno per i privati, sul fronte dell'accertamento sintetico fondato sulle spese, non si comprende che utilità possa avere una simile informazione, circostanza peraltro ancora più farraginosa in tutte le ipotesi di acquisti mediante tecniche di finanziamento di vario genere (si pensi ad esempio ai pagamenti con ritardi di svariati mesi).

La situazione più incredibile, però, si potrebbe verificare in presenza di pagamenti effettuati mediante carte di credito, carte di debito e prepagate. Al riguardo è stata prevista una deroga alla raccolta e comunicazione delle informazioni, che scatta però solo se le stesse carte sono riconducibili agli operatori finanziari soggetti all'obbligo di comunicazione previsto dall'art. 7, sesto comma del dpr 605/73. Atteso che i rinvii normativi contenuti nella circolare n. 24/11 evidenziano che tali intermediari sono sostanzialmente quelli tenuti in Italia alle comunicazioni dei rapporti finanziari, può desumersi, seppur con un ragionamento alquanto «grezzo», che le sole carte di credito, di debito e prepagate che permettono l'esonero dalla comunicazione Iva sono quelle riconducibili a conti correnti esistenti in banche localizzate in Italia o tutt'al più nelle filiali estere di banche italiane. Ma se invece la carta in oggetto utilizzata per il pagamento è riconducibile a una banca all'estero, allora non esiste l'esonero dalla comunicazione, proprio in quanto l'Agenzia delle entrate non potrà mai essere in possesso dell'informazione per il tramite dell'intermediario straniero, che ovviamente non è tenuto all'obbligo di comunicare all'anagrafe tributaria gli estremi dei rapporti finanziari.

In simili evenienze, dunque, si è in presenza dell'obbligo di comunicazione, divenendo anche necessario raccogliere i dati anagrafici della parte privata. Se il privato è un cittadino italiano non è un problema (ipotesi che potrebbe aversi nel caso di utilizzo di carte riferite a conti detenuti all'estero), atteso che lo stesso è sicuramente munito di codice fiscale. Ma se il codice fiscale non esiste, come può ragionevolmente accadere proprio perché le carte di pagamento «estere» sono solitamente utilizzate da cittadini non italiani, soprattutto turisti, vuol dire che bisogna altresì raccogliere le informazioni di cui di cui agli artt. 4 e 6 del dpr 605/73. In particolare, a parere dell'Agenzia delle entrate per le persone fisiche «è sufficiente comunicare» il cognome, il nome, il luogo e la data di nascita ed il domicilio all'estero del soggetto in questione. Al che la conclusione è semplice: se anche sul piano teorico tutto ciò è ipotizzabile, sul piano pratico si è alla farneticazione. In primo luogo è onere del venditore rendersi conto che la carta usata è riconducibile a un conto estero. Dopo di che, soprattutto con un cittadino straniero, è necessario far comprendere che si vogliono determinate informazioni, oltre a dover cercare di spiegare la motivazione di ciò. Insomma, si pensi al turista di turno che entra per acquisti in un negozio di via Condotti o di via della Spiga: all'atto del pagamento di oltre 3.600 euro effettuato con la carta di credito presumibilmente riconducibile a una banca straniera, il titolare del negozio dopo aver appurato che davvero la carta è riferita al conto estero, deve chiedere all'allibito turista il nome e il cognome, nonché la data e il luogo di nascita e il luogo di residenza. Se pure questi dovesse acconsentire e si dovesse anche superare l'ultimo scoglio della trascrizione in italiano dei dati (si pensi alla difficoltà soprattutto quando si è a confronto con soggetti che non parlano tedesco, inglese, francese o spagnolo), è comunque bene non interrogarsi sul destino degli stessi una volta comunicati, essendo abbastanza palese che non servono a nulla.

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