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Cosa dice la norma della manovra finanziaria

del 02/12/2011
di: Renzo La Costa
Cosa dice la norma della manovra finanziaria
Continua ampio e articolato il dibattito in ordine alla concreta applicazione dei contratti di prossimità introdotti dall'art. 8 della manovra finanziaria 2011, con particolare riguardo alla portata della disposizione secondo la quale tra le ipotesi di intese possibili, possono ricomprendersi le conseguenze del licenziamento. Sulla questione, il legislatore ha asetticamente affermato che la novella legislativa è uno strumento demandato alle parti e, come tali, è rimessa ai sindacati la facoltà di raggiungere le predette intese o meno. Né, viene anche affermato, è stata minimamente lesa la valenza dell'art. 18 dello Statuto, né artatamente aggirato. Sulla possibilità di derogare alle norme di legge e di Ccnl in materia di conseguenze del licenziamento, si vanno configurando due tesi contrapposte: la prima, secondo la quale permane la necessità della legittima giustificazione del licenziamento (giusta causa o giustificato motivo) in quanto la norma non cancella le predette condizioni del licenziamento ma intende solo governarne le conseguenze. Conseguenze che, apertamente, vengono ricondotte alla possibilità di indennizzare il lavoratore licenziato con una congrua compensazione economica vincolata alla rinuncia ad azioni legali o di reintegro. Se così fosse, sarebbe stato sufficiente che la disposizione avesse precisato che le predette conseguenze riguardassero non tutti i licenziamenti (quindi anche quelli carenti di motivazione legittima) ma i recessi datoriali per giusta causa o giustificato motivo. La seconda tesi, ritiene che – stante l'ampia derogabilità predetta di norme di legge e di contratto – si possa utilizzare l'intesa sindacale per determinare la quantità e qualità dell'indennizzo dovuta dal datore di lavoro che licenzia, anche in assenza di motivazione alcuna. È evidente che, se così fosse, nel prossimo futuro nel quale questo impianto diventasse sistema per la maggioranza o per la generalità delle impresa, si assisterebbe alla completa precarizzazione anche del lavoro stabile. Un lavoratore a tempo indeterminato di una azienda che abbia adottato una tale intesa, diviene sostanzialmente più precario del lavoratore precario, considerato che – a titolo esemplificativo – un lavoratore a termine avrebbe maggiori garanzie di stabilità occupazionale nel periodo di lavoro contrattualmente fissato, a fronte di un lavoratore a tempo indeterminato soggetto ad ipotesi di licenziamento ingiustificato ogni giorno che prende servizio. Tale ipotetico sistema, non rileverebbe i propri effetti solo sul mercato del lavoro, ma – con tutta obiettività – inciderebbe profondamente sulla tenuta sociale del Paese. Si dirà: ma la maggiore flessibilità in uscita dal rapporto di lavoro, ci viene fortemente chiesta dall'Europa, che ha ampia cognizione delle rigidità del nostro mercato del lavoro. È vero e sacrosanto, ma raccontata a metà non è una verità. Nella lettera estiva della Bce inviata al nostro governo, viene effettivamente indicata tra i provvedimenti da adottare con urgenza anche quello di pervenire a «una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti» ma si dice anche (e di questo se ne discute ancora troppo poco) che andrebbe parallelamente stabilito «un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi». Val la pena, quindi fare il paragone con il resto d'Europa: in Danimarca, le azienda hanno gran libertà di licenziamento, ma si accollano i costi della fuoriuscita del lavoratore e della sua ricollocazione. All'uopo sono previsti fondi misti pubblico/privato attraverso i quali oltre a rendere disponibili percorsi di riqualificazione del lavoratore, garantiscono a quest'ultimo il 90% della retribuzione nel primo anno di disoccupazione, l'80% nel secondo, il 70% nel terzo, sino al 60% nel quarto. In Francia viene garantito al lavoratore un accompagnamento alla riqualificazione ed alla sua ricollocazione, e la conservazione dell'assistenza sanitaria complementare. A tale sistema la Francia destina il 28, 4 del suo pil. In Germania il licenziamento è altrettanto difficile. Il lavoratore può impugnare il licenziamento rimanendo in servizio. A lavoratore licenziato il sistema pubblico garantisce un'indennità fino al 67% della sua retribuzione, dalle 12 alle 18 mensilità. Questi sistemi presi ad esempio, interpretano a dovere quelli che possono definirsi i pilastri della flex security europea: una grande flessibilità del mercato del lavoro, una buona protezione economica dei lavoratori e politiche attive per l'occupazione e ricollocazione. Orbene, in Italia pare volersi attivare maggiore (se non drastica) flessibilità nei licenziamenti, senza un sistema pubblico adeguato a sostegno dell'apparato complessivo. Non solo: si introdurrebbe il licenziamento più agevole, facendo divenire il datore di lavoro il titolare dell'ammortizzazione sociale, realizzata in forma di indennizzo. Largo quindi ai licenziamenti, ma a carico dei datori di lavoro. Almeno questo, deve far riflettere.

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