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Riforma, commercialisti in campo

del 30/11/2011
di: di Eleonora Di Vona
Riforma, commercialisti in campo
La velocità dei cambiamenti che stanno investendo il nostro paese è sorprendente.

L'eco della ricerca di nuovi equilibri a livello internazionale ed europeo trova in Italia grande risonanza.

La nostra professione non fa eccezione: a cascata dai mercati e dalle istituzioni, vive l'accelerazione al cambiamento.

Crisi appunto vuol dire cambiamento. E non vi è parola più pronunciata negli ultimi tempi.

Ma si sa, la legge segue sempre con un certo ritardo la realtà e da sempre con affanno insegue le evoluzioni che si impongono alla sua attenzione.

Allora preme in questa riflessione cercare di mettere a fuoco prima di tutto una foto della nuova realtà, da chi è chiesto l'adeguamento normativo della mutata situazione, quali sono gli interessi in gioco e quali strumenti di interpretazione abbiamo a disposizione per orientarci.

L'impulso alla riforma arriva dall'Europa ed è mosso dal perseguimento della crescita e della competitività, dall'affermazione del diritto dei cittadini europei di godere appieno della libertà di movimento.

La direttiva «servizi» 2006/123/Ce, con il superamento degli ostacoli di natura giuridica che si frappongono alla libertà di stabilimento dei prestatori e alla libera circolazione dei servizi negli Stati membri, contribuisce al processo di liberalizzazione e semplificazione del mercato dei servizi.

La direttiva sulle qualifiche professionali 2005/36/Ce risponde al diritto dei cittadini europei di lavorare ovunque nell'Unione europea; a tali scopi la direttiva lavora per consentire il riconoscimento fra gli stati membri delle professioni e di assicurare elevati standard di qualità nell'erogazione dei servizi.

In Italia, la riforma della professione ne andrebbe a modificare l'ordinamento come stabilito del dlgs 139/2005.

Il maxiemendamento approvato con la legge di stabilità nel novembre 2011 indica un termine perentorio per la riforma degli ordinamenti professionali entro 12 mesi: fine 2012; aggiunge la possibilità di costituire società fra professionisti secondo i modelli societari del Titolo V e VI del libro V del codice civile (le società di capitali); sui compensi professionali esclude ogni riferimento alle tariffe.

Ma cosa sono gli ordinamenti professionali e in cosa dovrebbero essere riformati?

La versione dell'Unione sull'esistenza degli ordinamenti professionali è nota e rimanda al ruolo autoregolamentativo oggetto di delega da parte della collettività (lo Stato) per ovviare a comportamenti collusivi che potrebbero generare esternalità negative in danno al cliente e alla collettività stessa.

Gli Ordini in ragione di tale delega si sono dati dei codici deontologici per orientare i comportamenti dei professionisti iscritti e per tutelare la fiducia che clienti e collettività ripongono negli stessi.

L'Unione già negli anni passati ha ritenuto che una riforma fosse necessaria proprio per sostenere la modernizzazione e la ricerca di efficienza ed equità all'interno del sistema.

Ma la modernizzazione e l'efficienza vanno ricercate all'interno di questo contesto, all'interno della struttura degli ordini professionali che fungono da garanti per la tutela della fede (appunto la fiducia) pubblica.

Una riforma che rispetti il ruolo degli ordini e che in più lo potenzi nel senso del riconoscimento di autorevolezza alla categoria; un riconoscimento che possa alimentare l'affidamento alla nostra professionalità che si fonda sulla «volontà del corpo professionale di dotarsi di forme di deontologia efficienti e sulla capacità dei professionisti di saper reinventare su basi nuove la professione e reinterpretare nuovo e fecondo le relazioni fiduciarie».

Su questo punto è importante evidenziare il risultato dell'Ungdcec contenuto nell'analisi comparata delle professioni contabili in Europa e negli Usa divulgato in occasione del Forum del 2011: «… gli elementi fondamentali che caratterizzano le professioni siano presenti in tutte le forma organizzative delle aggregazioni professionali e ciò denota che ciò le differenzia è sostanzialmente “il vestito”, ma che si tratta in sostanza di un fenomeno unitario. Non esiste un Paese al mondo che non cerca di tutelare le professioni in ragione della tutela dell'interesse generale pubblico di cui le professioni stessi di fanno portatrici».

Se il punto della questione «riforma» è la concorrenza, nel disegno normativo appena emanato c'è un malinteso e nei fatti una resistenza.

C'è un malinteso perché spesso si associa la riforma delle professioni alla riduzione dei costi per la collettività; nel gergo economico si parla di liberalizzazioni. L'Antitrust ha individuato alcuni elementi che indicano il grado di concorrenza nei mercati professionali:

- fissazione dei prezzi;

- raccomandazione dei prezzi;

- pubblicità;

- requisiti di accesso e diritti esclusivi;

- struttura aziendale e pratiche multidisciplinari.

Per quanto riguarda i commercialisti mancava all'appello dell'apertura solo il quinto punto e il maxiemendamento ha provveduto in tal senso con l'introduzione delle società fra professionisti.

La regolamentazione del mercato al suo interno è tal per cui la forma del mercato sia appunto la concorrenza e il mercato sia liberalizzato; l'ultimo atto normativo fa invece sorgere una domanda inquietante: ma l'intento di liberalizzare il mercato è intesa al suo interno o al di fuori? Si vuole aprire la concorrenza ai professionisti o a soggetti terzi che entrano ad esempio nelle società professionali con capitale di investimento e per le quali non sono stati specificati assetti di controllo e governance?

I motivi dell'inerzia del mercato della professione del commercialista rispetto alle dinamiche della concorrenza (mantenimento di posizioni dominanti degli incombenti, difficoltà di posizionamenti «ad alta redditività» dei nuovi entranti, difficoltà all'entrata dei giovani) sono da ricercare nei fondamentali del mercato stesso pervaso com'è dalle logiche dei credence goods e della relazione fiduciaria fra professionista e cliente: tutti elementi che rendono altamente stabili le relazioni professionali e restie al cambiamento. Questo evidentemente consolida rendite di posizione di professionisti che si sono immessi sul mercato del lavoro quando tali relazioni stabili si andavano formando.

Cosa fanno i giovani commercialisti e l'Unione davanti a un tale scenario?

Le strategie sono due: la prima la chiamiamo «mantenere la posizione» e consiste nell'affermare e nel riaffermare il ruolo dei commercialisti nella società, per il lavoro e per la crescita di questo paese, nel farci forti della formidabile ricchezza che custodiamo fatta da sapere e saper fare, da una rete di relazioni virtuose con le istituzioni, fra colleghi e nel tessuto economico, nel valorizzare la figura del «confidente» delle aziende in virtù della fiducia che ci è stata accordata dagli stessi imprenditori; la strategia del ribadire e ammodernare l'istituzione dell'ordine garante del sistema, dove i controlli sulla formazione continua sono effettivi ed efficaci a mantenere un pezzo della classe dirigente di questo paese all'avanguardia; l'azione del proporre le soluzioni li dove noi per primi sappiamo esserci incongruenze, nodi, ostacoli.

E la seconda strategia è più visionaria e di lungo periodo e mira ad anticipare il cambiamento, a non essere solo al passo, ma addirittura promotori del cambiamento: così è già stato per le società di lavoro intellettuale, ma anche sulle idee che già vanno oltre l'istituto della Slp, forme societarie anche più simili a quelle tratteggiate dal codice civile, ma inserite in ordinamenti che garantiscano in modo rigoroso ed inequivoco l'indipendenza dei professionisti dagli investitori e, quindi, la funzione pubblicistica dell'attività professionale. Inoltre il cambiamento virtuoso lo si attiva a suon di eccellenza! Eccellenza nella formazione professionale e nella capacità di guardare insieme al futuro. Diritti!! Le società tra professionisti introdotte con il maxiemendamento sono un aborto generato da questo fase drammatica, che hanno il solo scopo di umiliare e punire le professioni e non di valorizzarle. Una cosa del genere al mondo non è mai accaduta.

La storia insegna che nei momenti di difficoltà (e tale è questo per la categoria) i singoli hanno due opzioni: exit or voice.

Si può abbandonare il campo e la storia è piena di esempi di «uscita»: primo fra tutti il fenomeno dell'emigrazione.

O si può scegliere di alzare la voce; non il tono ma la voce unendo nella coralità dei gruppi le esigenze dei singoli. A questo oggi l'Unione chiama tutta la categoria. L'individualismo in casa dei commercialisti si è troppo spesso camuffato con l'indipendenza svelando una delle maggiori fragilità della categoria.

L'Unione continua nella sua mission di aggregazione dei giovani e dei commercialisti tutti consapevole del ruolo che gioca e del valore della compattezza della professione.

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